Politica

Giuli ha capito di averla fatta fuori dal vaso: “Ma non mi dimetto”

Dopo la strigliata di Meloni, il titolare della Cultura scopre la “fase due”: meno protagonismi, più ricuciture

Alessandro Giuli Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Arriva sempre un momento, nei ministeri romani, in cui il protagonista di turno scopre una parola magica: ricucire. Prima si spacca, si licenzia, si alzano i decibel, si litiga con mezzo mondo. Poi, quando da Palazzo Chigi arriva il richiamo all’ordine, ecco il miracolo: “Inizia la fase due”. Così Alessandro Giuli, ministro della Cultura, avrebbe raccontato ai suoi collaboratori rimasti il colloquio con Giorgia Meloni, secondo quanto riportato da Repubblica. La “fase due”, tradotta dal politichese, sarebbe quella dei tavoli di pace. Con Fratelli d’Italia, con Pietrangelo Buttafuoco, con il mondo che fino a ieri sembrava diventato improvvisamente ostile.

Il primo ramoscello d’ulivo è destinato proprio a Buttafuoco, amico fraterno e presidente della Biennale, dopo settimane di gelo sul caso del padiglione russo. Giuli ora fa sapere: “Ha ricominciato a rispondermi, stiamo incrociando le agende per vederci a Venezia tra il 20 e 21 maggio”. Addirittura su WhatsApp sarebbe ripartito il traffico delle cortesie: un “abbraccio” inviato dal ministro, ricambiato. Le “affettuosità”, insomma, sono tornate. Ma attenzione: nessuno arretra davvero. Giuli continua a ripetere: “La mia posizione è irremovibile rispetto alla presenza della Russia all’esposizione”. Dunque la pace, più che politica, sarebbe sentimentale. Il ministro vorrebbe lasciarsi alle spalle lo psicodramma, senza però cambiare idea. Una specialità tutta romana: fare la guerra e poi brindare alla concordia.

Il punto vero, però, non è Buttafuoco. Il punto è Fratelli d’Italia. Perché la cacciata di Emanuele Merlino ed Elena Proietti, entrambi organici al partito, non è passata inosservata. Anzi, ha irritato parecchi meloniani. E pare abbia irritato soprattutto la premier, che a Giuli la poltrona l’ha data, non trovata per caso sotto l’albero di Natale. Lui però nega l’isolamento. Dice: “Li conosco da quando siamo bambini, tanti mi hanno scritto per esprimermi la loro vicinanza in un momento difficile”. E ancora: “Ho bisogno di fidarmi delle persone con le quali lavoro, c’è tanto da fare, andiamo verso una campagna elettorale”. Traduzione: ho fatto pulizia perché non mi fidavo. Peccato che in politica la fiducia non sia mai un affare privato, soprattutto quando siedi in un ministero grazie a un partito e a una leader.

Sul fondo resta il pasticcio del docufilm su Giulio Regeni, rimasto senza fondi del Mic. È lì che Giuli si è trovato esposto: ministro della Cultura ma, almeno all’apparenza, non abbastanza informato su ciò che accadeva nel suo dicastero. Lui avrebbe promesso: “In pubblico ho detto ‘mai più’, è giusto che io sia conseguente”. Però avrebbe anche rassicurato gli uffici: niente altre teste in arrivo.

Poi c’è l’altro capitolo, quello che avrebbe fatto davvero arrabbiare Meloni. In Consiglio dei ministri, davanti al Piano casa di Matteo Salvini e a un codicillo sui centri storici che avrebbe alleggerito il peso delle soprintendenze, Giuli avrebbe perso le staffe. Salvini, sulle soprintendenze, aveva già detto: “Le raderei al suolo”. Il ministro della Cultura ha reagito male, troppo male, fino alla rispostaccia alla premier. E lunedì, a Palazzo Chigi, ha dovuto fare ammenda: “Le ho detto che mi dispiace essere stato irruento”. Senza dimenticare lo scontro con Salvini sulle presunte assenze di lui al ministero, stoccata che Giuli è arrivato ad affondare in diretta tv provocando le ire del vicepremier nella chat del Consiglio dei ministri.

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Nel merito, però, Giuli rivendica la battaglia. Dice di aver difeso le soprintendenze “in nome della Carta che impegna la Repubblica a difendere il patrimonio storico-artistico”. Benissimo. Ma la politica è anche forma, gerarchia, responsabilità. E se alzi la voce con chi ti ha nominato, poi non puoi stupirti se ti arriva la strigliata. Qualcuno gli ha persino scritto: “Tutto tranquillo? Ma pensi a dimetterti?”. Risposta: “Un mio passo indietro non è mai stato in discussione”. E ci mancherebbe. A Roma le dimissioni sono sempre “mai in discussione” fino al minuto prima in cui diventano inevitabili.

La verità è che Giuli ha capito di averla fatta fuori dal vaso. Dopo aver ottenuto il ministero, ha iniziato a fare il protagonista e forse s’è dimenticato chi lo ha messo lì. Ha voluto giocare da battitore libero, ma il governo non è un salotto culturale né una redazione. È una catena di comando. E quando quella catena scricchiola, qualcuno da Palazzo Chigi tira il guinzaglio.

Franco Lodige, 13 maggio 2026

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