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Gli italiani e la “vocazione del cameriere”

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Una delle tipologie di uomini più diffusa è senz’altro quella del servitore. La sola parola “servitù” muove subito al disprezzo, ma è un errore. Saper servire è un’arte sopraffina che un po’ è dovuta alla natura e molto alla storia. Indro Montanelli amava ripetere che l’Italia non aveva davanti a sé un grande futuro, mentre per gli italiani prevedeva un brillante avvenire proprio in forza della loro bravura nei mestieri servili sviluppata nei secoli della loro decadenza. Se non è una profezia, poco ci manca. La vocazione del cameriere è qualcosa di profondo nel carattere degli italiani che sono disposti a vendersi l’anima per salvarsi il corpo. L’idea fissa di trovare un uomo della Provvidenza o di vedere un novello Principe in un Partito o di farsi accudire vita natural durante da un democristiano Stato-mamma sono tutte espressioni fasciste, comuniste e democratiche di una certa etica a forma di pantofola, di poltrona, di culla e, infine, di tomba.

Hegel se ne intendeva di signori e di servi. C’è una sua bella frase – una tra le tante che racchiudono un mondo in un rigo – che dice più o meno così: nessun grand’uomo è tale per il suo cameriere. Naturalmente, di grandi uomini in circolazione non ce ne sono ma se ce ne fosse anche mezzo il cameriere non lo vedrebbe non perché il grand’uomo non sia tale ma perché il cameriere è cameriere e, quindi, non vede la grandezza ma solo la piccineria (che, mi pare scontato, tutti abbiamo perché nessuno di noi, per grande o piccolo che sia, coincide con la propria opera, anch’essa grande o piccola che sia). E proprio da questa angolatura servile che nascono quei libri del tipo Vita segreta… che il più delle volte sono scritti proprio da servitori (ad esempio, Vita segreta di Gabriele d’Annunzio di Tom Antongini) o i libri che annunciano grandi rivelazioni sulla vita privata di  – che so –  di Marx, dicendo che si scopava la cameriera, o di Nietzsche, dicendo che era innamorato della moglie di Wagner o persino quelli scritti da un uomo potente come Giulio Andreotti con la famosa serie Visti da vicino.

Nella vocazione del cameriere c’è molto di più del pettegolezzo. Carlo Levi lo diceva in due parole: gli uomini non vogliono la libertà, vogliono un padrone. In fondo, se ci pensate bene, un padrone è così comodo: ti dà sicurezza e ti evita il fastidio di pensare con la tua testa. Non è mica detto, infatti, che la servitù sia in una condizione di sudditanza perché costretta. Si può scegliere di essere servi in perfetta autonomia perché la libertà – in questo Croce aveva proprio ragione – c’è sempre in qualsiasi regime e l’uomo nelle condizioni date ne può fare anche un uso perverso. Nei regimi in cui regnano la verità ufficiale e la paura gli uomini si nascondono e imparano l’arte di simulare e di dissimulare e l’arte di mostrare o di nascondere si sa quando inizia e non si sa quando finisce e gli uomini che si abituano per necessità a non esprimersi liberamente finiscono anche per credere alle loro stesse sincere bugie.

Etienne de La Boétie scrisse sul tema il Discorso sulla servitù volontaria che da solo è un testo che può ridefinire la filosofia politica moderna che non avrebbe più per suo fine la libertà ma, appunto, la servitù volontaria. Voluta. Cercata. Conquistata. È una sorta di capovolgimento del celebre motto illuminista o kantiano – sapere aude – perché il servo volontario tutto vuole tranne che uscire dal suo stato di minorità nel quale si trova così bene proprio perché ha il coraggio di servirsi della sua intelligenza per riconoscersi in un padrone. Il servo volontario sa che a farlo libero non è né la verità né il coraggio ma il suo padrone. In fondo, la servitù può essere meno, molto meno faticosa della libertà che, a conti fatti, è la cosa più faticosa che ci sia, roba da facchini.

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raffaella
raffaella
9 Giugno 2020 19:09

che bell’articolo!!

carlottacharlie
carlottacharlie
29 Maggio 2019 20:34

A me fanno ribrezzo i popoli servi che non si ribellano, si lasciano bastonare dal primo che capita senza un sussulto di dignità, e noi come popolo ne abbiamo lunga storia di servitù vuoi al partito, vuoi al sindacato, vuoi alla Eu e tutti i cucuzzari che hanno chiesto facoltà di diventare padroni delle cose e delle genti avendo in risposta un bel Siiiii,; spesso agli italici non piace riflettere e combattere: si adagiano così da raggiungere l’oblio totale.
E’ peccato verso gli avi e verso i discendenti questa ricerca del totale oblio: dei primi non si ha più il nerbo, dei secondi ce ne freghiamo. E dei Noi attuali nemmeno ce ne accorgiamo.

Tullio Pascoli
Tullio Pascoli
29 Maggio 2019 16:52

Parecchi anni fa, su LEGNOSTORTO avevo pubblicato un articolo sull’inclinazione degli Italiani nei confronti dell’industria del turismo. Poi, circa tre lustri fa lo ho riprodotto sul mio sito http://www.liberalismowhig.com/2005/06/06/il-turismo-e-una-risorsa-predatoria/ In esso criticano la poca disposizione nazionale a rendere il turismo una fiorente industria come hanno saputo fare, per esempio, Paesi come la Francia, la Spagna, gli Stati Uniti ed in questi ultimi decenni la Cina che ci ha già sorpassato anche quella… Come scrivevo allora, gli alberghi erano cari di mediocre qualità, mentre i servizi era ancora peggiori. Nel frattempo, devo confessare che le cose sono migliorate un po’: gli alberghi sono stati rinnovati un po’, i prezzi si sono abbassati ed i servizi, grazie a molti lavoratori immigrati stranieri, sono decisamente migliorati; mentre quando erano gli Italiani a ricevere i turisti, sembrava che facessero loro un favore. Anche la gioventù italiana che oggi lavora negli alberghi e nei ristoranti è diventata un po’ più cortese; tuttavia, ancora oggi, l’Italia ahimè non riesce a sfruttare, come potrebbe, l’enorme potenziale turistico di cui dispone e che potrebbe assorbire una grande quantità di disoccupati. Non è, quindi per caso che nella classifica mondiale per numero di turisti, dal 1° posto degli anni ’60, siamo ormai scesi al 5° posto. Bisogna anche ammettere che l’industria del turismo richiede una certa disposizione a servire… Leggi il resto »

Gianluca
Gianluca
29 Maggio 2019 16:09

La verità che gli italiani sono come i cani. Piuttosto che essere liberi e rischiare in proprio preferiscono il guinzaglio al collo e la ciotola del cibo da parte del loro padrone, che fino a 40 anni è la mamma e poi lo Stato. Mammoni, pigri e statalisti fino al midollo.

Valter
Valter
29 Maggio 2019 12:51

Beh! Se l’uomo non avesse nella sua natura il desiderio (con la minuscola !) di avere un padrone che riesca a soddisfare i suoi bisogni non si sarebbe inventato dio. Mettiamo da parte la “libertà” intesa come valore assoluto per non incorrere nel peccato di metafisica: è mera astrazione concettuale che ha implicita una visione di assenza di limiti, che sono invece imprescindibili dalla condizione umana. Parliamo invece molto più concretamente di rifiuto della servitu’. Se esiste la possibilità di una scelta autentica di rifiuto della servitù non può che passare attraverso una dura lotta interiore tra “cultura” e “natura” e ciò spiega il motivo per cui, come diceva il don Mariano di Sciascia, gli “uomini” e anche i “mezzi uomini” non sono molti. Abbondano invece “ominicchi”, “piglianculi” e “quaquaraqua’ ” tra quelli che si proclamano “paladini della libertà” solo per passare col loro gregge sotto un altro padrone.

rocco
rocco
29 Maggio 2019 11:17

Ha dimenticato la terza tipologia di servitore descritta mirabilmente in Arlecchino servitore di due padroni.
” la vita non è un film”, conclude, infatti è una commedia “Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte” (William Shakespeare da Il mercante di Venezia).
Ed in effetti di attori ne vediamo a bizzeffe in questa epoca di politica spettacolo dove la finzione è arte scenica dell’inganno non per servire il gusto del popolo elettore, ma per seguire interessi personali o di parte.
Il cameriere serve i suoi interessi, se trova un altro padrone che lo tratta meglio, non si fa scrupoli di abbandonare il precedente, a meno che il cameriere non è il fedele Battista, servo del barone Zazà (lo squattrinato barone Ottone Spinelli degli Ulivi in “Signori si nasce”) che non riceve stipendi da una vita e lo fa per affetto.
Io vedo in Battista coloro che ostinatamente perseguono ideologie pur non ricavandoci niente, anzi rimettendoci; quanti Battista ci sono in Italia?
Orsù, non scomodiamo sempre filosofi che con le loro filosofie ne han fatti da danni e ne han prodotto di Battista ed han fatto proliferare falsi baroni degli Ulivi… la commedia racconta molto meglio la vita reale.

Michael
Michael
29 Maggio 2019 10:46

Sic et simpliciter..ottimo articolo
Complimenti.