C’è una convinzione che negli ultimi tempi sembra essersi trasformata in una sorta di dogma intoccabile: i giovani vanno ascoltati. Ascoltarli certamente, ma non necessariamente significa dover condividere ogni loro pensiero, né tantomeno attribuire alle loro opinioni un valore superiore soltanto perché provengono da una generazione più giovane.
Una volta i saggi erano gli anziani, non perché l’età fosse di per sé una garanzia di intelligenza o di verità, ma perché la vita, con le sue esperienze, le sue sconfitte, le sue responsabilità e le sue inevitabili delusioni, insegnava qualcosa che nessun libro e nessuna convinzione giovanile potevano sostituire: il senso della misura, la capacità di distinguere tra ciò che si pensa e ciò che realmente si conosce. Oggi invece, sembra quasi che l’esperienza sia diventata un difetto e che l’entusiasmo giovanile venga scambiato per competenza. Si invoca continuamente il diritto dei giovani a essere ascoltati, ma troppo raramente si ricorda loro che ascoltare è un diritto reciproco e, soprattutto, che il confronto non consiste nell’esporre le proprie idee pretendendo applausi e approvazione.
Il problema non è che i giovani abbiano opinioni, idee o ambizioni. Ben vengano! Il problema nasce quando la convinzione di avere qualcosa da dire si trasforma nella presunzione di avere sempre qualcosa di giusto da dire; quando ogni osservazione diventa un attacco personale, ogni dissenso un’offesa e ogni tentativo di confronto viene liquidato come il solito atteggiamento di chi appartiene a una generazione precedente e, quindi, sarebbe automaticamente superato. Ecco, questo non è progresso. È semplicemente presunzione travestita da modernità.
Leggi anche:
La giovinezza è una stagione fatta di energia, sogni, coraggio e voglia di cambiare il mondo, ma non è un titolo di merito che conferisce automaticamente ragione. Avere vent’anni non significa capire più di chi ne ha sessanta, così come averne sessanta non significa essere infallibili. La differenza, semmai, sta nell’aver avuto più tempo per sbagliare, imparare, ricredersi e comprendere che la realtà è spesso molto più complessa delle nostre convinzioni.
Perché una società che pretende di ascoltare i giovani ma non insegna loro ad ascoltare gli altri non sta costruendo una generazione migliore: sta semplicemente alimentando una generazione convinta che il mondo cominci e finisca con le proprie opinioni. I giovani vanno ascoltati, senza dubbio. Ma anche educati al confronto, al rispetto e alla consapevolezza dei propri limiti. E soprattutto devono capire che avere una voce non significa avere ragione, che esprimere un’opinione non significa possedere la verità e che il dissenso non è una mancanza di rispetto.
Massimo Micheli, 5 novembre 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

