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Il falso mito (obamiano) della laurea

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Mettetevi nei miei panni. Da molti anni studio, e quindi convivo, con un curioso fenomeno, un ircocervo economico politico culturale che ho chiamato Ceo capitalism. Non essendo né uno scienziato sociale, né un economista, men che meno un politologo, lo studio da ex Ceo di multinazionali e le conclusioni le traggo da nonno (le due sole cose in cui mi sento un po’ competente). Fin da giovane ho imparato a osservare con attenzione l’America, le sue mutazioni, le modalità con le quali affrontavano e risolvevano i problemi. Un tempo, dopo una decina d’anni, oggi dopo una decina di mesi, gli stessi problemi e soluzioni si trasferivano tal quali in Italia.

Nel 2012 Barack Obama sentenziò, con l’immenso sussiego di cui disponeva: “La laurea è un imperativo economico che ogni famiglia in America deve essere in grado di permettersi”. Bella frase, peccato fosse una delle sue tante fake truth della sua Presidenza. Eppure, famiglie e studenti gli credettero, si dissanguarono. In dieci anni i debiti studenteschi sono passati da 600 a 1.500 miliardi $. Risultato: al momento della laurea il giovane parte con un handicap di 37.000 $ che dovrà restituire con i suoi stipendi, via via sempre più bassi. Nessuno aveva anticipato al Presidente cosa sarebbe successo, mentre il Ceo capitalism avanzava, spietato come un rullo compressore. Sei anni dopo, nel 2018 il Bureau of Labour Statistic sentenzia che meno del 20% dei lavori disponibili richiedono una laurea e questa potrebbe essere la proiezione per i prossimi 10 anni. La realtà è molto più banale: ci sono troppi laureati rispetto ai posti disponibili. I lavori sono sempre più idioti, ergo le paghe sempre più miserabili. Questo è il Ceo capitalism, bellezza!

Famiglie e giovani cominciano a domandarsi: “In queste condizioni l’opzione è fra pagare e non avere alcuna esperienza del mondo reale o essere pagati poco e avere un’esperienza”. Anche in UK si chiedono se la laurea valga il denaro speso. Il Financial Times ha sposato questa tesi, ha scritto che il 33% dei laureati ha compensi pari o inferiori ai non laureati; oltretutto gli studenti ricevono pessimi servizi più le facoltà sono costose. La cultura è cosa bella e giusta ma si deve entrare nell’ordine di idee che questo valore non è riconosciuto in busta paga? Vale la regola che se un privilegio è esteso a tutti non ne beneficia più nessuno? Le Università finiranno come i giornali? Questi perdono via via i lettori ma rimangono fermi con la loro linea editoriale autoreferenziale, che crea sempre nuove emorragie di lettori?

Provo a proiettare questa analisi su di me e la mia storia. Leggo in questi giorni che l’economia in Germania preoccupa molto. Per esempio: la produzione industriale è in caduta e pure le esportazioni. Mi avevano insegnato che in casi, non occasionali, come questi, il tasso dei bond di Stato avrebbe dovuto salire. No, sono scesi. Imparai che quando gli indici dell’economia tendono al ribasso, le quotazioni delle azioni dovrebbero scendere. No, crescono. Che quando i tassi sono vicini allo zero c’è il boom. No, siamo in crisi.

Con una certa fatica avevo imparato a riconoscere i “fondamentali” di un’azienda, quali il rapporto capitale proprio e indebitamento, la mitica redditività, il cash-flow disponibile, per non parlare dei sofisticati Roi, Ebit, Ebidtda, poi osservo il successo della quotazione a Wall Street di Uber e non capisco. La Borsa lo ha valutato 81 mld $, nonostante dalla sua nascita, 10 anni fa (sic!), abbia perso, sì perso 7,9 mld $. La sua tecnologia (avanzata, by definition) è una banale App che ora vuole estendere al cibo a domicilio. Ma non basta, è emerso un altro Uber. Sta facendo passi da gigante WeWork con una ragione sociale di disarmante semplicità: “subaffittare spazi per uffici”. È inquilina in 425 stabili per uffici in 36 paesi. Eppure vale 47 mld $ pur perdendone 2 all’anno. Ora sto studiando Wish, ne esco imbarazzato, ne parleremo.