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Il lato oscuro del “sogno americano”

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Iersera ho visto un film americano (tanto per cambiare), un thriller. La solita storia di tre sfigati che si impadroniscono del malloppo con cui una gang doveva pagare una partita di droga. I tre protagonisti sono due giovani avvocati senza clienti e una impiegata di sportello sottopagata e insoddisfatta. Al di là delle lacrimevoli storie personali, tutte varianti di un tema stracotto, quel che emerge da troppi, troppi film americani è la vita quotidiana degli americani. Quasi non ci sarebbe bisogno di visitare gli States.

Infatti, il turista cerca itinerari di divertimento, mica va a visitare una farm nel centro del Kansas abitata da un allevatore malvestito che per comprare le sigarette deve pigliare lo scalcagnato pick-up, farsi parecchi chilometri e approdare allo store, l’unico nel raggio di miglia, che vende un po’ di tutto, e poi farsi una pinta nel saloon con biliardo, l’unico nel raggio di miglia, dove gli viene servita quella brodaglia nera che là chiamano caffè. Il turista non va, ovviamente, nelle periferie di Los Angeles, dove l’autosegregazione è sempre in atto, dove la polizia stessa sconsiglia di andare, dove se non sei armato è meglio astenersi. Perciò, il turista è sempre nella condizione di quello che si trovava a Pietrogrado durante l’assalto al Palazzo d’Inverno nel 1917 ma non se ne accorse perché il suo albergo stava due strade più in là. E solo al ritorno in patria apprese che c’era stata la Rivoluzione d’Ottobre però lui non se ne era accorto.

Tuttavia il famoso «sogno americano» c’è, è indubbio. Ma si chiama Jeff Bezos o Bill Gates (Steve Jobs adesso sogna qualcos’altro). E basta. Per la stragrandissima maggioranza che il sogno americano lo vede alla televisione bisogna affidarsi ai film. Se sono teen-movie, ecco che la massima aspirazione della ragazzina è «andarmene da qui». Che sia Spiderman n.1, che sia La febbre del sabato sera, che sia Pretty woman, la solfa è sempre quella: andare via da lì. Dove? A cercar fortuna nella grande città. Ed ecco perché New York scoppia per i troppi milioni di abitanti. Eppure, sono discendenti di pionieri, gente che, pur di avere un pezzo di terra, combatteva con gli indiani e i fuorilegge. Ma quei pionieri non passavano intere giornate a guardare alla televisione lo show di quei pochissimi che il sogno americano l’hanno realizzato. E che se lo godono tutto alla faccia di chi li guarda. Come può resistere un ragazzo di bassa condizione? I privilegiati, le star, certo, qualcosa in beneficenza danno, ma solo a favor di telecamere. Ed già tanto se non beneficano la depravazione. Il sogno americano è dunque questo: soldi, soldi, soldi, fortissimamente soldi. E se non ne hai sei out.

Guardate i presidenti americani e ditemi se ce n’è mai stato uno che non fosse già o fosse diventato ricco come Creso. Poi ci si meraviglia se, in un train de vie del genere, l’altra faccia dell’american way of life siano tassi di delinquenza stratosferici, violenza senza tregua, carceri che non bastano mai e una resistenza a oltranza della gente comune all’idea di dover rinunciare a possedere armi. Per non parlare degli scoppi di violenza insensata che ogni tanto vediamo in tivù e che sono causati da gente andata in tilt. A scuola col metal-detector. Ora, parlare di ciò sarebbe folklore se le élite americane non fossero davvero convinte che il loro è il migliore dei mondi possibili e che tutti farebbero ben ad adottarlo. Con le buone (cinema e televisione) o le cattive (basi militari fin dentro il cesso).

Noi europei abbiamo un passato, una cultura. Loro no. Ma le loro università, carissime, hanno preso dalla vecchia Europa solo quanto serviva a rinforzare e anzi esasperare il modello. Non a caso i nostri autori più letti e influenti colà sono Gramsci, Negri, e tutta la c.d. Scuola di Francoforte. Tutti marxisti. Gli Usa un tempo ci difendevano. Ma il vento è cambiato. Ora, spiace dirlo, dobbiamo difenderci da loro. E dire che gli anticorpi li avrebbero…

Rino Cammilleri, 24 luglio 2022