La cosa più stupida detta da Fouad Krarmi, il giovane di 2Generazione intervistato da Corrado Formigli a Piazzapulita, non è quella sulle violenze di Milano o Torino. Quando gli chiedono di condannarle, infatti, Krarmi risponde picche “perché è una forma di protesta”, pur riconoscendo che si tratta di “una rabbia disorganizzata”, perché “a questi ragazzi manca la politica”. E già qui ci sarebbe parecchio da discutere. Non è nemmeno la fotografia pubblicata sui social con un fucile (vero o finto poco importa), con una minaccia neppure troppo velata nei confronti dei giovani di Fratelli d’Italia. No. Il passaggio che dovrebbe far saltare tutti sulla sedia è un altro. Ed è quello in cui Fouad dimostra di avere un’idea piuttosto singolare di come funziona il lavoro.
Formigli gli fa notare che nei negozi devastati lavorano commessi che “guadagnano come tuo padre o magari anche meno”. Obiezione sacrosanta. Perché dietro una vetrina sfondata non c’è soltanto il marchio internazionale, ma anche chi ogni mattina entra in quel negozio per portare a casa lo stipendio. La replica? I maranza “vanno a rompere negozi” di lusso “che sono negozi americani e fanno gli interessi degli americani”. E quando gli viene ricordato che quelle attività portano lavoro in Italia, Krarmi insiste: “Ma a questi commessi non gliene frega nulla s eviene devastato il negozio perché loro il giorno dopo tornano a lavorare”.
Scusate, ma davvero Mr. 2 Generazione pensa che il posto di lavoro sopravviva indipendentemente dall’azienda che lo crea? Ragionamento aberrante. Una visione nella quale l’impresa diventa entità astratta, magari cattiva perché americana, mentre lo stipendio del dipendente dovrebbe continuare ad arrivare per qualche misteriosa legge della natura indipendentemente da come va il negozio, l’azienda, la bottega. Ma chi paga quei commessi, se “l’azienda americana” chiude baracca e burattini: Mamma Stato? Chi sostiene gli affitti, le bollette, le assicurazioni, le merci, i contributi e gli stipendi? Chi investe i capitali, assumendosi il rischio che l’attività non funzioni? Un imprenditore. Che sia italiano, americano o giapponese, poco cambia. E se domani quel negozio chiude? Se una multinazionale decide che mantenere un punto vendita a Milano è diventato troppo costoso o rischioso? Altro che “il giorno dopo tornano a lavorare”: il giorno dopo quei commessi si ritroveranno senza un soldo bucato in tasca. E magari proprio per colpa di chi pretendeva di protestare contro il carovita.
È la contraddizione di una certa visione anticapitalista: si considera l’impresa un nemico, ma si dà per scontato che continui a garantire occupazione. Si disprezza chi investe, ma si pretende che qualcuno paghi gli stipendi. Si devastano negozi accusati di fare gli interessi degli americani, dimenticando che quegli stessi negozi fanno anche gli interessi dei lavoratori italiani.
E poi c’è un’altra questione. Ci si aspetta che un dipendente tenga al posto in cui lavora: non che debba amare il proprietario o rinunciare a rivendicare uno stipendio migliore, ma almeno che capisca che la sopravvivenza dell’azienda è anche nel suo interesse. Se davvero di quel negozio non gli importa nulla, è libero di cercare un’altra occupazione. Non di considerare irrilevante che qualcuno lo distrugga.
Non so voi, ma uno che ragiona come Krarmi non lo assumerei neanche sotto tortura. Non per le sue idee politiche, ma per l’incapacità di comprendere il rapporto elementare tra impresa, investimento e occupazione. La prossima volta che qualcuno vi spiega che spaccare le vetrine dei marchi americani non danneggia i lavoratori, ricordategli una cosa semplicissima: senza negozio non ci sono commessi. E senza impresa non c’è stipendio. Altro che lotta contro il carovita.
Giuseppe De Lorenzo, 24 ottobre 2026
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