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La fattura elettronica? I professionisti ci rimetteranno

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La fattura elettronica, sì ancora lei, non rappresenta solo un modo digitale, duepuntozero come si dice oggi, per fare ciò che abbiamo sempre fatto, ma una tassa in più. Antonio Signorini ha spiegato perfettamente su queste pagine i costi aggiuntivi che soprattutto professionisti, partite Iva e piccole imprese dovranno sopportare per emetterle e riceverle. Tecnicamente non si tratta di tasse, non le riscuote lo Stato: come spesso avviene in Italia i politici e i loro alti burocrati pensano adempimenti per rendere il loro lavoro più semplice e il nostro più complicato e costoso. Dunque se devo sostituire la carta, o il banale foglio excel o pdf, con un meccanismo studiato dall’Agenzia delle entrate, mi rivolgo a un privato che cerca di aiutarmi, spiegarmi, agevolarmi e all’uopo si fa pagare.

Ma quello che intendo rivelare in questa zuppa, è che la fattura elettronica, indipendentemente da questi costi aggiuntivi di tipo privatistico, comporta pure un aumento di tassazione. Roba fresca che entra direttamente nelle casse dello Stato. Si dice, nella relazione tecnica che accompagna l’introduzione della fattura elettronica, che essa porterà due miliardi di gettito aggiuntivo nel 2019. Motivo per il quale l’attuale governo non è riuscito a disinnescarla.

Dubitiamo che renderà tanto: per il banale motivo che chi non faceva fattura prima, non sarà molto incentivato ad emergere ora solo per il nuovo metodo di trasmissione (forse con la sola eccezione delle gigantesche truffe sulla benzina all’ingrosso). La certezza, ahinoi, e che a pagare più tasse saranno coloro che già oggi le pagano abbondantemente.

Per non essere ideologici e apodittici, facciamo un esempio concreto che riguarda milioni di partite Iva. Esse possono scaricarsi fino al 50% delle utenze del loro privato luogo di lavoro. Il caso tipico è del professionista che si scarica le utenze elettriche della sua casa-ufficio. Se il medesimo professionista oggi chiamasse il suo fornitore di elettricità (Edison, A2a, Acea o Enel o quello che preferite) e gli chiedesse di fornirgli una fattura elettronica, così da scaricarsene una parte, si sentirebbe dire che non si può, o meglio che è necessario cambiare il contratto in uno più costoso di tipo business. Quelle rimangono dunque ricevute, bollette e giammai fatture. Alla fine dell’anno, raccolte tutte le bollette, il professionista potrebbe comunque scaricarsene dal suo reddito fino alla metà come costi. Ma c’è una perdita fiscale per il lavoratore autonomo, o se volete un guadagno per le casse dello stato. E riguarda l’Iva. Fino all’anno scorso il nostro contribuente si poteva scaricare ogni tre mesi (o mensilmente) anche il 50 per cento dell’Iva che pagava ai suoi fornitori elettrici. Da domani non potrà più.

Si tratta di una micro manovra fiscale totalmente nascosta, inattesa, e che se moltiplicata per milioni di partite Iva, fornirà un gettito interessante. Alla fine dell’anno, nei consuntivi, i nostri fenomeni potranno dire di aver recuperato dalla fattura elettronica, tot di evasione. Sappiate che una parte deriverà solo da un inasprimento delle detraibilità, che implicitamente il nuovo metodo elettronico fa gravare su chi le tasse e le fatture le paga. Una beffa. O se preferite l’ennesima tassa.

D’altronde dietro alla cosiddetta digitalizzazione, si celano spesso nuovi costi. Al comune di Roma per pagare un certificato da 26 centesimi, sono obbligato ad avere un bancomat e a pagare una commissione di dieci centesimi. Se ho solo contanti devo andare da un tabaccaio che mi assolve dall’obbligo, grazie ad una ricevuta che rilasciano al costo minimo di due euro (per un certificato che certifichi qualcosa che io già so, ma che magari la stessa pubblica amministrazione mi ha chiesto per qualche motivo di produrre).

Evviva la digitalizzazione, ma non fatecela pagare a noi.

Ps: ieri ha destato clamore l’ennesimo furto di identità digitali. Trafugate 800 milioni di password e altri dati sensibili. Il socialismo informatico che pretende lettera maiuscola, simbolo strano, maiuscola e obbligo di cambiare parola segreta ogni tot mesi, esige da noi costoso rigore, che alla fine serve a niente. Almeno rinunciassero alla Maiuscola.

Nicola Porro, Il Giornale 19 gennaio 2019