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La lezione dimenticata di Pasolini contro gli antifascisti

«I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver occasione di conoscerli». Quando Italo Calvino scrive queste parole sul Messaggero del 18 giugno 1974, Pier Paolo Pasolini s’infuria e risponde con una lettera aperta su Paese Sera: «Augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male».

«Pasolini non c’è più. Però – ha rassicurato Michela Murgia, in un servizio andato in onda su Quarta Repubblica – ci siamo noi». Cioè, loro: i nuovi intellettuali della sinistra impegnata. Che, come Calvino, non hanno nessuna voglia di incontrare un fascista. Nemmeno per sbaglio, tra gli stand del Salone del Libro. Pasolini, invece, con i fascisti parlava. La sua ultima poesia, Saluto e augurio, inizia così: «voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani». Contro l’atteggiamento di Calvino e degli altri antifascisti militati, Pasolini scrive: «Ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti». È il famoso fascismo degli antifascisti. Così lo definisce Pasolini negli Scritti corsari.

Mentre nelle Lettere luterane, testo più nascosto, e per questo lo suggeriamo, Pasolini si spinge ancora più in là: fa a pezzi i giovani della nuova sinistra, tutti con il certificato dell’antifascismo doc. Perché, scrive, «essi aggiungono, dentro lo schema del conformismo assimilato – come ai tempi delle orde – dall’ordine sociale paterno, una nuova dose di conformismo: quello della rivolta e dell’opposizione».

Nicola Poro, Il Giornale 12 maggio 2019

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10 Commenti

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  1. in effetti Pasolini rappresenta il tipico intellettuale sinistrato: contrario a tutto a prescindere pur di mettersi in luce come primatista della contestazione.
    Di fatti ululava contro il consumismo, ma andava in giro con una Alfa Romeo GT 2000, non certo un’automobile proletaria.
    A sentire il consiglio di Porro, ho comprato il libretto “Il fascismo degli antifascisti”, non l’ho neanche finito di leggere, fermandomi al primo capitolo; la solita narrazione lagnosa e stucchevole tipica di certa letteratura intellettualoide pesante ed illegibile. Quel tipo di narrazione emozionale triste e tetra che non dice niente pur colorandosi di intensi e profondi ragionamenti ; il peggior film di Totò (che in “Gli onorevoli” descrive alla perfezione lo stato dell’arte politica dell’intellettualismo comunista, il compagno Fallopponi è la caricatura perfetta) è stato propio “Uccellacci uccellini”, e come tutti i pessimi film amati dalla critica e disprezzati dal pubblico.
    5€ buttati! Sarebbe stato meglio comprare 2 kg di pane; ma non me la prendo con Porro per il pessimo acquisto, bisogna sempre conoscere per giudicare e dopo aver letto quel poco, posso giudicare Pasolini come un intellettuale da palingenetico obiterazione che si interfutura nell’antromorfismo cosmico e nell’autocoscienza dell’io universale.
    Molto meglio gli avventori del bar che dopo un bicchier di vino sono più genuini 🙂

    • Sinceramente,se propio devo bermi un bicchiere di vino,lo vorrei fare con qualcuno che mi assicuri un’ottima serata. Simpatica,estroversa che mi lasci lo spirito lieto.
      Al bar ci trovi di tutto,e la “selezione” alcoolica nn assicura un lieto fine.
      Un po come nei social dove ci trovi di tutto e mica con tutti ci spendi due scambi di opinione,o due battute,se sai che nn ne vale la pena nucchi e passi oltre.
      O no? 😉

  2. L’ antifascismo senza fascismo non costa nulla, è un vezzo low cost che anche in assenza di talento ti consente di avere visibilità. Insomma roba da influencer politically correct, ma con la presunzione di essere un intellettuale.

  3. eh no, dott. Porro
    da antifascista non mi va di essere accomunato a quella banda di bipolari che si definiscono “antifascisti”.
    Traggo spunto da Pasolini per dire che fece un film ambientato a Matera (oggi capitale della cultura nonchè patrimonio UNESCO) e ieri definita da Togliatti “vergogna d’Italia” per le misere condizioni in cui i contadini vivevano in grotte di tufo umide in un unico ambiente insieme a capre, maiali e galline.
    Scelse Matera non per la bellezza dei luoghi, ma per l’aria di povertà che emanava (nelle intenzioni lo voleva ambientare in Palestina, ma Matera era più povera di Betlemme!); si, perchè per questi intellettuali che si arrogano il diritto di essere l’aristocrazia del pensiero, i custodi della sapienza, gli educatori del popolo ignorante, i tutori della morale e dell’etica, piace descrivere la povertà, la miseria ed il disagio.
    Descrivere, appunto, senza di essa non avrebbero ragione di esistere; così come non avrebbero ragione di esistere quegli intellettuali “antifascisti” che si credono di essere i maggiori esperti di malavita organizzata o di migrazioni e ne hanno fatto un mito ed un esempio con la scusa di far conoscere queste realtà. Senza lo sfruttamento delle miserie altrui, non avrebbero ragione di esistere detti intellettuali; tanto esistono in quanto esitono le cose di cui scrivono e da quei scritti traggono il loro sostentamento. Poi, nei salotti intellettuali radicalchic, mostrano tutta la loro ricchezza di ornamenti degni della miglior borghesia nobiliare.
    Pasolini non era da meno, mentre descriveva la miseria e la povertà con la sua decantata timidezza, non era più timido quando di notte si aggirava per Ostia in cerca di qualche ragazzino povero con cui condividere il suo amore umano.
    E questi intellettuali utilizzavano la fascistissima Cinecittà per raccontare le disgrazie altrui, senza porvi rimedio; altrimenti di cosa avrebbero scritto?
    Bene, Matera è stata la prima città italiana ad insorgere ed a liberarsi da sola (senza l’aiuto dell’ANPI o dei partigiani liberatori d’Italia, come una riscrittura partigiana vorrebbe farci credere) dal nazifascismo: 21 settembre 1943! Napoli fece lo stesso, dopo 4 giorni, dopo una insurrezione popolare, il 30 settembre si liberò da sola e gli alleati entrarono in una città senza nazisti e senza fascisti.
    L’antifascismo è stato un movimento popolare di rifiuto verso una dittatura totalitaria che portò l’Italia al disastro della guerra; ma fino a quel momento quasi tutti erano fascisti, compresi intellettuali della sinistra come il repubblichino Fo Dario.
    Quell'”antifascismo” di cui si parla è l’altra faccia della stessa medaglia con cui è stato coniato il fascismo: si chiama socialismo!
    Movimento autoritario, dispotico, totalitario, repressivo delle libertà, statalista, fautore del pensiero unico.
    Mussolini era un socialista, il nazismo era il Partito NazionalSocialista dei Lavoratori.
    Tra il totalitarismo fascista e quello socialista vi è una unica differenza: i primi sono nazionalisti i secondi, diremmo oggi, globalisti.
    Circa 20 anni fa a Genova sfilavano i noglobal, sempre sotto le insegne dell’antifascismo (nel governo di allora vi era AN), oggi, quegli stessi sono globalisti, vogliono abbattere i confini degli stati e disegnare un nuovo ordine mondiale.
    Quel tipo di “antifascisti”, non sono antifascisti, sono la stessa pasta del fascismo: intolleranza, illiberalità, censura e totalitarismo.
    Gli antifascisti veri non occupano edifici e commettono reati di ogni tipo!
    Gli antifascisti veri, una volta abbattuto il fascismo, non ne invocano lo spettro; invocandolo esso ricompare.

    • Trovo interessante l’intervento di Rocco,il quale sintetizza abbastanza bene l’approccio antifascista esteso in un’ottica che si esplicita nei 360 gradi,dove lo si intende come anti-dittatoriale a prescindere dalla colorazione da cui è composta.
      Rimango basito della lettura che ne fa del Pasolini il Porro,il quale si professa liberale e si adagia su uno dei mille passaggi che un tormentato pensatore già vecchio quando i giovani si ribellarono ai loro padri,scrisse.
      Lo stesso Pasolini era quello che nella società dei consumi vedeva il “nuovo fascismo”.
      Lo stesso che si ergeva a podromo della deriva giudiziaria che stronco l’Italia con la scusa di debellarne la corruzione,rendendola più corrotta e ostaggio di burocrati che si autotutelano,che si professava erudito su molte cose però senza essere fornito di prove e,financo,indizi.
      Un personaggio per tutte le stagioni in pratica che sarebbe meglio riporre negli anfratti dalle librerie personali per far posto alle analisi di Sciascia…o dei film di Alberto Sordi.

      • Beh ! Mi citi Sciascia dopo aver detto di quel “genio compreso” di Pasolini (e ci metto assieme pure i Fellini e gli Antonioni) e mi inviti a nozze. Non esiste un catalogo antropologico che abbia ancora superato quello di don Mariano ne “Il giorno della civetta” : “ uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianc..i e quaquaraqua”. Ognuno scelga dove mettere chi gli pare, ci fosse davvero il giudizio universale queste dovrebbero essere le categorie in base alle quali il giudice supremo dovrebbe giudicare ognuno.

        • Caro Valter,come ergersi a giudicanti se tendiamo sempre più nel fanatismo politico?
          Oramai finite le ideologie( e meno male!)anti-illuministe del secolo breve,dove il popolo era sempre presente per fare il pigliainculo,ci stiamo riducendo alla pratica in modo autonomo?
          Ora che nn abbiamo più la scusa dell’alienazione,ci ritroviamo annoiati a tal punto da ritenere i nostri giovani degni della nostra rabbia frustrata,in modo talmente reazionario da volerli sdraiati su un divano per nn sentirci in colpa di un loro eventuale successo?
          È dura ergersi a giudicante,quando nn si sa nemmeno noi se siamo dei piglianculo,o degli Uomini.

          • Nn posso,Valter.
            Sarei troppo indulgente,oppure troppo repressivo.
            Vivo nel dubbio e lascio al futuro l’ardua sentenza.
            Se avrò seminato vento raccoglierò tempesta.

  4. Erano anni (e ne ho 30!) che aspettavo l’emersione plateale delle contraddizioni di certa sinistra. Ora basta evidenziarle sotto forma di domanda e la risposta che si ottiene è il cortocircuito mentale del interlocutore. Chi non ha voglia, o interesse, a mettersi in discussione si chiude dentro una stanza. Così facendo imbocca la strada più breve per morire (intellettualmente) asfissiato. Ecco perché eviterei di dargli ossigeno parlandone.

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