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La morte a Venezia e la decrescita infelice

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Il Mose è sott’acqua, l’Ilva è nel forno, il rigassificatore è in mano al Tar, in Basilicata c’è il petrolio ma è davvero un’impresa estrarlo, la Tav si fa, non si fa, forse si farà. L’Italia, la patria dell’umanesimo – quello vero, non il “nuovo umanesimo” del Conte 2 -, ha inventato la Modernità con il metodo sperimentale di Galileo e la “scienza nuova” di Vico ma è diventato, ormai, un paese Antimoderno. Il vecchio partito comunista conosceva il valore delle fabbriche e della civiltà industriale, mentre i suoi nipotini non solo non hanno mai visto un’industria ma disconoscono anche lo stesso valore del lavoro: il lavoro che costa fatica, sacrificio, passione ma che resta pur sempre il sale della terra e la fonte di ogni tipo di benessere.

Ormai, in Italia impera l’ideologia che il vero sviluppo economico è il sottosviluppo, che la vera crescita è la decrescita e che tutti possiamo campare tranquillamente con il turismo, facendo i camerieri, vivendo in un’Arcadia inesistente sognata da Greta e dal fanatismo ecologista. Peccato che anche nel turismo non ce la passiamo benissimo visto che prima di noi in Europa ci sono la Francia e la Spagna. Perché anche il turismo, soprattutto il turismo, è un’impresa moderna.

La morte a Venezia arriva dalla sua stessa bellezza naturale: il mare. Ma la natura è così: non è benigna con l’uomo ma matrigna e per vivere è necessario fronteggiarla. Anche con le paratoie del Mose che invece i mistici dell’ecologia e dell’anticorruzione hanno inabissato e ora, aumentando il livello dell’acqua, piangono lacrime di coccodrillo in Piazza San Marco. Gli ambientalisti, che credono nel mito del “buon selvaggio”, immaginano che la natura sia buona e se ogni tanto si sveglia storta e fa del male è perché gli uomini hanno sbagliato e vanno puniti. Così bisogna fermare tutto ciò che è frutto dell’ingegno umano, delle nostre capacità di industriarci, dei progressi della moderna civiltà industriale per non far arrabbiare la natura e vivere di nuovo in un piccolo mondo antico. Una volta si voleva la fantasia al potere. Oggi c’è direttamente la superstizione.

La mentalità antimoderna, pagata da chi lavora, è un cortocircuito di ecologismo, giustizialismo, moralismo, statalismo. Con il M5S ha raggiunto l’acme con l’acne di Di Maio ma era ampiamente presente già negli ex e post comunisti che dopo la fine del comunismo – la famosa e fraintesa caduta del muro di Berlino – si sono ritrovati orfani della storia. L’intesa tra il Pd e il M5S, che per non pochi ex comunisti come Bersani è qualcosa di ovvio e naturale, nasce proprio sul terreno di questa comune mentalità antimoderna in cui la libera iniziativa, il mercato, la civiltà industriale, la società aperta e, insomma, il lavoro di chi si dà da fare è un male che va tenuto d’occhio dal potere statale che, invece, soprattutto quando è nelle mani della sinistra di ieri e di oggi, è il bene.