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“La Repubblica americana”, il racconto sulle origini di Usa ed Europa

Il libro del domenicano francese Raymond L. Bruckberger, sulla storia degli Stati Uniti e dell’Europa

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Raymond L. Bruckberger (1907-1998) era un inquieto domenicano francese che, nel 1942, durante l’occupazione tedesca, fu arrestato dalla Gestapo in quanto sostenitore di De Gaulle. Fuggito di galera, si unì alla resistenza e fu mandato a fare il cappellano della Legione Straniera in Africa. Quando, nel 1944, De Gaulle celebrò la liberazione in Notre Dame, si sospetta il suo zampino nella pubblica umiliazione dell’arcivescovo, cardinale Suhard, che non venne invitato perché non era stato sufficientemente ostile a Vichy. Padre Bruckberger entrò così nel gotha intellettuale e in stretta amicizia con personaggi come Sartre, Camus, il regista Besson (padre di Luc), col quale collaborò in diversi film. Fu anche regista de I dialoghi delle carmelitane, tratto dalla celebre opera di Bernanos e interpretato da Alida Valli e Jeanne Moreau.

A questo punto, però, il suo Ordine decise che era troppo per un monaco e lo spedì negli Stati Uniti. Il resto delle sue vicende non ci interessa, ma solo il saggio che scrisse nell’occasione e che gli aprì i salotti americani. Si tratta di La repubblica americana (D’Ettoris Editori, pp. 152, €. 16,90), appena uscito in italiano con prefazione di Dario Caroniti e a cura di Ferdinando Raffaele. Il lavoro, uscito a Parigi nel 1958 per Gallimard, ebbe un significativo successo anche perché era dai tempi di Tocqueville che un intellettuale europeo non si occupava delle origini degli Stati Uniti. Sviluppa una tesi che oggi, ormai, non suona più granché nuova e che vede negli Usa una sorta di Magna Europa. Di più: la civiltà d’Europa è stanca e sfinita, ha esaurito il suo ciclo, gli stessi princìpi su cui si è fondata hanno fatto nascere gli Usa, terra in cui hanno ritrovato nuovi slancio e vitalità. E’ vero? Alla luce del 2022 indubbiamente sì. Ma anche no.

C’è un «ideale» americano in Clint Eastwood e il suo American sniper, riedizione del mito di John Wayne. Ma c’è anche l’«ideale» di papà Disney, che era radicalmente (termine quanto mai appropriato) diverso da quel che propina oggi ai bambini la multinazionale omonima e pappa-tutto-l’intrattenimento. In fondo, l’«ideale» unico della «terra delle opportunità» è uno e uno solo: i soldi. E’ questo il «sogno americano», da qualunque parte lo si rigiri. I Padri Pellegrini erano fanatici calvinisti. E per i fanatici calvinisti la predestinazione si vede dal successo materiale.

Fu per i soldi che i coloniali decisero di staccarsi dall’Inghilterra. E il modo in cui iniziarono rimase the american style fino ad oggi: travestiti da indiani andarono nottetempo a buttare in acqua le casse di tè inglese nel porto di Boston. Travestiti da indiani: così gli inglesi se la sarebbero presa coi nativi. Oggi l’eroico The Boston Party è ancora commemorato con giubilo. Vero è, sì, che i Padri Fondatori erano tutti cristiani, credenti e praticanti. Ma anche massoni credenti e praticanti. E i loro presidenti giurano sulla Bibbia, ancora oggi.

In God we trust. Quale God? Be’, quando si trattò di prestare giuramento, George Washington si trovò in imbarazzo perché ogni confessione presente nei neonati Usa aveva la propria versione della Bibbia. Il primo presidente tagliò la testa al toro giurando sulla Bibbia della sua loggia (libro che sta sempre aperto sul Prologo del Vangelo di Giovanni). Non so se la copia sia ancora quella su cui giurano notori credenti come Obama, tanto per dirne uno. Tuttavia, ricordiamo che gli studi a Robespierre li pagò il vescovo di Arras, che Stalin studiò in seminario e che Hitler, austriaco, era battezzato cattolico. Gli Usa sono nati e cresciuti senza – e anzi contro – il papismo: solo sotto Reagan la Santa Sede ebbe un ambasciatore americano. L’Europa, invece, è nata e cresciuta con l’influenza della Chiesa, almeno fino al 1517. Influenza che, in Europa, sì, si è spenta. Ma là non è mai nemmeno nata.  

Rino Cammilleri, 11 giugno 2022