Esteri

La strategia di Teheran: cosa c’è dietro gli attacchi ai paesi del Golfo

Dopo la morte della Guida Suprema, la Repubblica islamica amplia il conflitto colpendo le monarchie del Golfo per mettere in discussione la sicurezza regionale

La morte dell’ayatollah Ali Khamenei segna un punto di svolta in Medio Oriente, un passaggio storico che non può essere ridotto a un semplice episodio di cronaca. L’uccisione della Guida Suprema, conseguenza di operazioni militari mirate, ha accelerato un’escalation già in corso, portando alla luce una strategia iraniana che appare lucida e coerente.

Teheran non sta reagendo soltanto per vendetta: la sua intenzione è dimostrare che un conflitto che riguarda l’Iran non può restare confinato entro i suoi confini e che le monarchie del Golfo non sono immuni dalle conseguenze di questa crisi.

Gli attacchi con missili e droni contro Bahrain, Kuwait, Qatar e Dubai negli ultimi giorni non sono errori tattici, ma messaggi deliberati. Nelle intenzioni di Teheran, le monarchie arabe devono comprendere che ogni crisi che coinvolge l’Iran le riguarda direttamente e che, al tempo stesso, gli Stati Uniti non sono in grado di garantire una protezione totale.

In questo modo, la Repubblica islamica punta a indebolire la credibilità delle alleanze regionali e a delegittimare il ruolo americano come garante della sicurezza nel Golfo Persico.

In questa prospettiva, gli attacchi non hanno soltanto un valore militare, ma anche politico e psicologico. Colpire infrastrutture strategiche, basi che ospitano forze straniere e persino obiettivi civili significa trasmettere l’idea che la sicurezza economica e nazionale delle monarchie non possa essere data per scontata.

L’effetto mediatico è parte integrante della strategia: le immagini di aeroporti colpiti, infrastrutture energetiche danneggiate o città sotto minaccia producono un impatto immediato sull’opinione pubblica regionale e globale.

Questo ritorno rafforza la narrativa iraniana e invia un segnale politico interno, contribuendo a compattare il fronte domestico in una fase delicata di transizione successiva alla morte del leader.

Colpire le monarchie del Golfo risponde anche a un calcolo pragmatico. Si tratta di bersagli più accessibili rispetto a Israele, meno protetti da sistemi di difesa multilivello e più esposti sul piano economico e infrastrutturale. Colpendole,

Teheran mira a destabilizzare l’area, a seminare incertezza nei mercati energetici e a dimostrare che la guerra non può essere circoscritta. L’obiettivo è trascinare nel conflitto altri attori regionali, trasformando una crisi iraniana in una crisi mediorientale più ampia, che richieda soluzioni condivise e negoziate su un piano multilaterale.

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Questa strategia si muove su più piani: militare, politico e mediatico. Non si tratta soltanto di missili e droni, ma di una guerra di percezione volta a dimostrare che le alleanze tradizionali sono vulnerabili e che ogni intervento esterno deve fare i conti con un Iran capace di colpire indirettamente e di ampliare il teatro dello scontro.

L’obiettivo è duplice: isolare politicamente le monarchie arabe e insinuare dubbi sull’affidabilità degli Stati Uniti, aprendo spazi di manovra per la Repubblica islamica.

Il risultato è un Medio Oriente esposto a un’instabilità crescente, dove ogni azione produce effetti a catena sulla politica, sull’economia e sugli equilibri di sicurezza. Non esistono soluzioni rapide né semplici. Non basta eliminare un leader o colpire singoli obiettivi per chiudere la partita: il conflitto è complesso e multidimensionale.

Con questa strategia, Teheran invia un messaggio preciso: la sua crisi non resterà un problema esclusivamente iraniano. Se sarà costretta a combattere, l’intera regione finirà per esserne coinvolta e la stabilità mediorientale diventerà il terreno di una pressione sistemica volta a ridisegnare gli equilibri di potere.

Salvatore di Bartolo, 5 marzo 2026

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