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Le tasse invisibili che uccidono il Paese

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L’idea di tassare e nascondere la mano non è nuova. Lo Stato continua ad alimentarsi con i prelievi su consumi, redditi e patrimoni, ma ha aggiunto un tocco «equo e solidale». Le tasse invisibili sono etiche e ambientali. Sono richieste per evitare i drammi di un futuro catastrofico, che si dà per certo. I socialisti volevano occuparsi dei cittadini dalla culla alla tomba, i loro nipoti hanno scoperto che ci si può occupare anche dell’aldilà. Un ampio estratto da “Le tasse invisibili”, il mio nuovo libro.

«Le tasse invisibili» è un pamphlet che ha la pretesa di affermare che forse è meglio buttare nel cestino i manuali di scienze delle finanze. Non perché essi siano inutili (…) ma perché le tasse e le imposte sono un virus che è mutato negli anni. La loro forma si è adattata al portatore sano, e cioè la Bestia statale, e il suo contagio avviene in forme completamente diverse da quelle un tempo conosciute e studiate. L’imposizione fiscale si è adeguata ai tempi e alle sue mode: oggi la tassa è buona, politicamente corretta, biologica e verde. Come alcuni superbatteri, le imposte sono così diventate immuni agli antibiotici conosciuti. (…)

Nel Novecento, e nella nostra Costituzione che ne è figlia, il prelievo fiscale non poteva che essere una prestazione che passava dalle tasche del cittadino alle casse dello Stato. Oggi è più complicato. Lo Stato continua la sua imperterrita corsa a farsi sfamare. Ma ha intrapreso un’ulteriore attività: la regolamentazione ossessiva, dal forte contenuto patrimoniale che spesso determina prelievi autoritari e autorizzati, che se non assumono la forma tecnica del tributo, ne hanno tutte le caratteristiche e i difetti.

Poco importa se il mio reddito di cento euro viene colpito da un’imposta tributaria di 50 o se il medesimo reddito viene percosso contemporaneamente da una regola che mi obbliga a rinunciare a 20 e da un’imposta che fa il resto con un peso di trenta. Il reddito disponibile alla fine viene ridotto sempre a 50.

L’imposta e la «regola imposta» hanno in comune il fatto di essere il grimaldello con il quale un piccolo gruppo di persone si organizza per governarci. In altri tempi e con Francesco Ferrara lo avremmo definita la formula magica con la quale si organizza la tirannia. Ogni imposta d’altronde, pensateci bene, è arbitraria: non solo riguardo ciò che colpisce (il reddito, il consumo o il patrimonio) e nella sua entità (aliquote, accise e prelievi vari), ma soprattutto nell’effetto che genera in chi la subisce. (…) La politica, organizzata in democrazia, è riuscita negli ultimi secoli a vincere una battaglia straordinaria. Ciò che conta è il metodo seguito (democratico, appunto) per approvare l’obbligo, il prelievo, la norma e non già l’essenza di ciò che essa prevede. Siamo ciechi: riteniamo giusto ciò che è democratico, tendiamo a ritenere legittimo un prelievo solo perché la procedura è stata rispettata e non già per la sostanza di quanto deciso.

C’è stata inoltre un’ulteriore mutazione. Per lungo tempo abbiamo ritenuto gli esattori i nostri nemici, giudici arbitrari del nostro tempo libero da obblighi (…). Oggi le cose sono diverse: noi stessi siamo diventati esattori. L’imposta è diventata la linfa, mica tanto vitale, della nostra società. Siamo diventati, paradossalmente, vittime e carnefici al tempo stesso: amiamo l’imposta e la costrizione, supponendo che essa riguarderà sempre e comunque gli altri. Genuinamente ci siamo convinti che l’evasione è sempre quella del vicino, che l’ingiustizia è sempre quella applicata alla nostra disponibilità economica. (…)

L’imposizione si è inoltre liberata dal suo contenuto monetario, dalle aliquote, dalle percentuali; è diventata semplicemente una porzione del nostro tempo di cui non disponiamo. Se vogliamo, in ciò siamo tornati indietro: l’economia più finanziaria di tutti i tempi, in cui la moneta circola non più grazie alla fisicità dell’atomo, ma solo in virtù dei Bit, ebbene in questa economia l’imposta si è dematerializzata, come la moneta appunto, ed è diventata più genericamente una costrizione a fare, e sempre di più rappresenta una limitazione alla nostra libertà. (…)

L’esattore, anche, ha dovuto cambiare forma. E si è talmente mimetizzato che non lo consideriamo più tale. Godono di vita propria. Il vigile urbano non è un nostro stipendiato come non lo è il magistrato. Come la legge tributaria non è al servizio del contribuente, così i nostri funzionari non sono più al nostro servizio. Viviamo in un complesso intreccio di soggezione verso uno stato che è nato al nostro servizio, e per il quale siamo finiti al suo servizio. In questo impasto, essendo tutti potenzialmente esattori, riconosciamo un ruolo divino a coloro che lo sono per davvero. (…)