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L’Inquisizione femminista condanna il prof Bassani

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Uno degli elementi più pericolosi sottesi al politicamente corretto, che ispira azioni “punitive” contro i “reprobi” un po’ in tutte le università occidentali, è rimasto per lo più fra le righe nei discorsi con cui noi quattro gatti liberali abbiamo reagito negli ultimi anni a questa vera e propria offensiva illiberale. Giustamente, voglio dire, ci siamo aggrappati al principio per noi “sacro” della libertà di espressione, ma il discorso deve allargarsi a un altro aspetto. Più generale, ma non per questo meno importante.

Il professore sospeso

Che è quello che, a mio avviso, emerge con chiarezza nel caso del professor Luigi Marco Bassani, a cui l’Università di Milano, dopo averlo messo sotto accusa con un procedimento laico che ricorda quelli della Santa Inquisizione, ha sporto querela e sospeso lo stipendio per aver ripreso sulla sua pagina Facebook un meme che circolava ampiamente sui social non italiani. In esso, in maniera sicuramente becera, ci si burlava del fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti Kemala Harris avrebbe saputo intessere relazioni sentimentali tali da farla ascendere rapidamente alle vette del potere americano. Una sorta di Bel Ami al femminile, a dimostrazione che l’invocato “sessismo” non c’entra poi molto con questo vecchio topos del vivere sociale umano. Un meme da non prendere troppo sul serio, come molte delle affermazioni che Bassani fa sui social, e (per esperienza personale) anche a cena davanti a un bicchiere di vino. E che sono, per chi lo conosce, da una parte, un simpatico complemento della sua personalità di studioso colto e profondo, da tutti riconosciuta e apprezzata; e, dall’altra, anche un esercizio di costruita leggerezza che serve a stemperare la necessaria serietà degli studi e anche a trasmettere il messaggio che alla fine un uomo di cultura (e aggiungo anche un liberale quale Bassani è) non può prendersi troppo sul serio.

Vogliono segare le gambe alla cultura

In sostanza, il carattere burlesco è uno dei tratti di Bassani, nel solco della tradizione goliardica che ha sempre accompagnata la vita universitaria. Certo, lo sberleffo della goliardia può pungere, ferire, essere un pugno nello stomaco, ma esso è anche un momento volutamente estremo ed esagerato che non si contrappone ma tende ad esaltare la vita “normale”, persino rafforzandola e ritemprandola nel momento in cui fa vedere le cose cose anche un po’ dal lato contrario. La goliardia, come il carnevale, è una sorta di “vacanza dello spirito”, da sempre tollerata anche in tempi assolutamente non democratici. Ma queste distinzioni e sottigliezze non appartengono più al nostro tempo, nemmeno purtroppo alle Università che dovrebbero invece preservarle e coltivarle perché è proprio su di esse che si è costruita la cultura, e quindi la civiltà, occidentale. Cioè, in poche parole, la sedia su cui siamo seduti e di cui ora si vorrebbero segare le gambe.

Il politicamente corretto lede le libertà

Ecco, il secondo elemento connesso al politically correct, e su cui occorre puntare di più l’attenzione, è proprio questo: esso non lede soltanto le nostre libertà ma imbarbarisce e impoverisce la cultura di tutti rendendola banale, semplicistica, poco attenta alle sfumature e al travaglio del concetto. È veramente impressionante il documento, che si trova facilmente in rete, con cui l’Università meneghina mise sotto accusa il Bassani qualche mese fa: uno sfregio alla tradizione e un portato appunto della più banale incultura. Una cultura da portinaio, si sarebbe detto in altri tempi, col rispetto dovuto a un mestiere dopo tutto nobile. In quella nota si parlava dell’impegno a “promuovere un linguaggio scritto e verbale non discriminatorio all’interno dell’Ateneo”. E si affidava il compito, che assolutamente non può essere proprio dell’Università (che non è un seminario religioso né una scuola di partito), di promuovere codici di linguaggio, etici e di comportamento da rispettare rigorosamente. Al fine, si aggiungeva, di promuovere l’inclusione e il “benessere” (sic!) degli studenti.