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L’insopportabile vizietto della sinistra di giudicare

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L’ha detto Claudio Bisio ma – non gli dispiaccia – avrebbe potuto dirlo qualunque altro dei vipponi di sinistra o presenti fisicamente sabato alla manifestazione di Milano o ritualmente intervistati per commentarla: “Qui c’era la parte migliore del Paese”.

Ecco, il vizietto è sempre lo stesso: dare le pagelle a tutti gli altri, anziché ascoltarli. Disprezzare chi la pensa diversamente, invece che provare a capirne le ragioni. Porsi su un piano antropologicamente e moralmente superiore, su una cattedra dalla quale giudicare e ammonire.

Questo atteggiamento – inutile ribadirlo, in un’ottica liberale – è sbagliato sempre: ma lo è ancora di più, come accade a questa insopportabile sinistra italiana, se si è minoranza: allora, a maggior ragione, dovrebbe scattare lo stimolo a interrogarsi sui propri errori, a rendersi disponibili a cambiare tono e linguaggio, a essere – per una volta – umili. E invece no: costoro insistono a pretendere di rilasciare (e soprattutto di ritirare) patenti di civiltà.

Spiace dirlo, ma a questi intellettuali il popolo non piace. Temo che molti non sappiano neppure chi sia stato il gigante che sto per evocare, ma Sergio Ricossa, molti anni fa, lasciò a verbale un’osservazione chirurgica, da conservare e incorniciare: “Gli intellettuali di sinistra amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato”. È ancora così.

Daniele Capezzone, 3 marzo 2019