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Liquidità alle imprese, cosa doveva fare il governo

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Il recente decreto volto a supportare le imprese in difficoltà prevede la fornitura di una garanzia statale sul nuovo debito contratto dalle imprese dalle banche, nella misura in cui questo non ecceda il 25% del fatturato. Debito che dovrà essere ripagato dalle imprese che lo hanno contratto, in un orizzonte temporale massimo di 6 anni. Chi scrive, è convinto che la strada da utilizzare per rinvigorire il nostro sistema avrebbe dovuto essere completamente diversa, favorendo invece il canale di finanziamento del capitale proprio.

I nostri imprenditori hanno nel tempo estratto risorse finanziarie dalle proprie aziende allo scopo di aumentare il patrimonio personale e familiare, a danno di quello aziendale. Ne consegue che sarebbe forse questo il momento giusto per incentivare gli imprenditori a reinvestire denari nelle proprie aziende, attraverso iniezioni di capitale proprio. A tal fine, si potrebbe pensare di agevolare (fiscalmente e amministrativamente) le iniezioni di capitale azionario fresco da parte degli azionisti stessi, attribuendo loro qualche forma di garanzia. Nuove iniezioni di capitale a lunga durata da parte dei soci avrebbero il vantaggio di produrre un legame stabile con l’azienda, assicurandone un migliore equilibrio finanziario e una maggiore robustezza. Con l’importante vantaggio di non costare nulla allo Stato e di sottrarre risorse ad una ventilata imposta patrimoniale.

Si tratta di una soluzione ben diversa da quella suggerite da Assonime, la quale invece propone di aumentare il capitale delle società attraverso la conversione dei nuovi debiti con garanzia statale in capitale di rischio. Ciò dovrebbe avvenire istituendo un apposito Fondo, a capitale prevalentemente pubblico, che supporti le imprese italiane nella difficile fase di ripresa attraverso: nuove iniezioni di capitale; nuove iniezioni di liquidità, trasformabili in capitale a determinate condizioni; un incremento della propria patrimonializzazione attraverso operazioni di debito.

La proposta prevede inoltre che l’intervento del Fondo sia temporaneo, senza diritti di voto o con limitati diritti di voto tesi a preservare i valori aziendali e che si dovrebbero prevedere meccanismi di uscita verso gli stessi azionisti o verso il mercato. Inoltre, gli azionisti manterrebbero la gestione dell’impresa, ma sarebbero vincolati nella distribuzione degli utili, nei compensi del management e nell’acquisto di azioni proprie. Ad avviso di chi scrive si tratta di una soluzione del tutto inadeguata per i motivi che seguono:

  • perché incerta nella sua formulazione: alla banca il debito deve essere rimborsato in primis dall’azienda o, in subordine, dallo Stato. Pur di evitare una presenza ingombrante nel proprio azionariato è ragionevole ritenere che soltanto le aziende in default vi faranno ricorso. Dunque, cosa accadrà? Che il Fondo si sostituirà allo stato escusso e proporrà all’azienda un’operazione debt-for-equity? Ne conseguirà che il Fondo potrà convertire in azioni il proprio credito, acquisendo una quota rilevante del capitale, non di rado addirittura il controllo delle aziende. Basti pensare che, utilizzando uno studio dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili sulle srl italiane, il nuovo debito “convertendo” peserebbe per circa il 60% del valore del contabile del patrimonio netto (valori 2018). Cioè a dire che il Fondo (e dunque lo Stato) si troverebbe in una posizione tale da poter divenire il vero proprietario delle società partecipate.
  • perché lo Stato dovrebbe entrare nella compagine azionaria di imprese private, lasciando prefigurare un capitalismo di Stato. A nulla vale la possibile temporaneità dell’intervento se è vero che è proprio l’uscita finale il problema principale degli investimenti in capitale di rischio. Poiché le aziende che decidono di convertire il debito in capitale saranno presumibilmente quelle con maggiori difficoltà a rimborsare il debito, si rischia che il Fondo risulti pieno di partecipazioni in società decotte, trasformandosi così in una EFIM (ricordate l’indebitatissimo carrozzone di Stato specializzato in partecipazioni in società disastrose?) del nuovo millennio.
  • perché il Fondo può porsi obiettivi aziendali non in linea con quelli dell’imprenditore. Il Fondo presumibilmente potrebbe avere particolarmente a cuore il mantenimento di livelli occupazionali domestici e il rispetto di un comportamento socialmente responsabile, mentre invece l’imprenditore potrebbe preferire una crescita internazionale e una maggiore attenzione delle aspettative degli stakeholders finanziari.