in

Follia femminista

L’ultima trovata delle femministe: la guerra è colpa del maschio

Per le femministe del secolo scorso alla base del conflitto ucraino ci sarebbe il virilismo bellico dell’uomo

Dimensioni testo

L’analisi definitiva dell’invasione neosovietica in Ucraina tardava, si sentiva che qualcosa mancava: ci ha pensato, bontà sua, una tarda femminista del secolo scorso, certa Lea Melandri da Fusignano che è il paese di Arrigo Sacchi: la guerra (che è sempre orrida, sia chiaro, come ci ricorda Michele Santoro, fatta eccezione per guerriglie, resistenze e lotte di popolo d sinistra), la guerra, si diceva, è sempre colpa del patriarcato maschilista. Ma sì, il porco maschio senza fischio, beninteso bianco e occidentale. Brava Lea, e brava Lea. Che in un lenzuolata (in gergo noi del mestiere questi pipponi li chimiamo pisciate, ma è perché siamo le solite jene fallocratiche), su la “Stampa”, branca del Giornale Unico delle fregnacce, ritrova lo spirito degli ruggenti anni ’70 e spara a palle incatenate sulle palle dell’altra metà del cielo, quella infima geneticamente.

La colpa di essere uomini

Pensare che era così facile: se dai tempi d’Abramo gli umani si scannano, è perché la sottospecie gravata dal pisello vuole affermare la sua tossica mascolinità. Perfino oggi, che un un uomo al culmine della virilità può al massimo permettersi di essere metrosexual. Lea lo sa e sulla personalissima concezione putiniana della mascolinità e della (omo) sessualità glissa alla grandissima: l’Invasore viene citato di striscio, una sola volta, giusto per completezza della disinformazione, ma senza attribuirgli colpe particolari, tutt’altro. Per il resto, la storica paladina delle battaglie in rosa sciocching si concentra su se stessa e solo su se stessa: volendo parafrasare Mussolini, “tutto nella Lea, niente fuori della Lea, nulla contro la Lea”.

“Il coraggio virile delle armi”

L’occasione è squisitissima per ricordarci che razza di donna sia lei medesima, e allora giù con l’autopanegirico sui libri scritti (meticolosamente citati con tanto di editore), sui suoi carteggi con un altro rosso antico faro della cultura transoccidentale decaduta, Adriano Sofri, sul “Manifesto”, sulla centralità vaginale negli eventi planetari nella storia. Il resto è sproloquio d’antan in polluzione di termini inutilmente virgolettati, per appesantire i significati e i significanti, che non ci sono, di ridondanze vintage: all’epoca si scriveva così cioè da cani, e Lea, coerentemente, non ha mai tradito quella prosa paleoliceale: “[nella guerra domestica dei femminicidi] da una parte tornano a esserci “donne e bambini”, “madri e mogli”, (…) dall’altra la chiamata degli uomini al coraggio virile delle armi, compresi quelli che forse [sic!] non lo vorrebbero, ma sono trattenuti, dalla paura di rinunciare ai benefici del un potere millenario e di essere considerati dei “rammolliti”.