Cronaca

Ma quale “reato di felpa nera”. Quello che non vi dice chi critica la polizia

Gramellini chiede le scuse, Repubblica rilancia e Italia viva porta il caso in Parlamento. Ma sul fermo di Carolina il verdetto arriva prima dei chiarimenti

La richiesta di scuse è già pronta. Gli accertamenti possono aspettare. Sul Corriere della Sera Massimo Gramellini invita lo Stato a scusarsi con Carolina Di Giacomo, la diciottenne romana che ha raccontato di essere stata fermata e trattenuta in commissariato mentre si dirigeva a una manifestazione. Repubblica porta il caso al centro della cronaca politica, con l’interrogazione di Marianna Madia e l’indignazione di Matteo Renzi. Una testimonianza diventa così il punto di partenza per un processo ben più ampio: sul banco degli imputati finisce la gestione dell’ordine pubblico.

Il titolo è di quelli destinati a funzionare: il “reato di felpa nera”. Immediato, suggestivo, perfetto per trasformare un controllo di polizia nella caricatura di un potere che sceglie i sospetti dal guardaroba. C’è però un particolare. Nell’intervista Carolina dice: “Magari mi hanno fermato per quella”. Magari. È una sua supposizione, comprensibile dal punto di vista di chi racconta un’esperienza vissuta con paura. Non è ancora l’accertamento del motivo per cui gli agenti sono intervenuti. Tra le due cose passa una differenza che il giornalismo dovrebbe custodire, soprattutto quando si prepara a pronunciare una condanna.

L’intervista a Repubblica merita allora di essere ripercorsa. Carolina frequenta il liceo Talete e racconta di essere uscita dalla metropolitana di piazzale Flaminio per raggiungere la manifestazione. Il controllo, secondo la sua ricostruzione, sarebbe proseguito con un’attesa di circa quaranta minuti, alcune riprese video e l’accompagnamento al commissariato Trevi. La ragazza riferisce che lei e i compagni non avevano zaini e che nelle sue tasche c’erano soltanto il telefono e un pacchetto di gomme. “Avevo ansia perché non mi era mai capitata una cosa così. Ma pure rabbia. Io volevo solo andare alla manifestazione, tra l’altro abbiamo avuto la scuola allagata per due settimane, c’erano delle buone ragioni per protestare”, il suo racconto, seguito dalle difficoltà nel contattare il padre e l’agitazione provata durante le ore trascorse negli uffici di polizia. Infine, attribuisce agli agenti l’invito a tornare a casa e a non andare più a manifestare: “Ci hanno accompagnati alla porta con queste esatte parole: ‘Adesso tornate a casa e non andate più a manifestare perché comunque vi abbiamo registrato’. Ma manifestare è un mio diritto, non me lo possono levare”.

Ma il contesto non è un accessorio. Le manifestazioni del 24 ottobre arrivavano dopo i disordini dei giorni precedenti, con città in allerta e dispositivi di sicurezza rafforzati. Perquisizioni e indagini su messaggi contenenti propositi di aggressione alle forze dell’ordine. Elementi che non autorizzano a considerare sospetto qualsiasi studente, naturalmente, ma spiegano perché la prevenzione fosse una necessità concreta. Ridurre tutto al colore di una felpa significa cancellare proprio la parte della vicenda che rende comprensibile l’intensificazione dei controlli.

La polizia deve poter intervenire prima che una situazione degeneri. Aspettare la prima vetrina infranta o il primo agente ferito per riconoscere l’esistenza di un pericolo sarebbe un criterio singolare di gestione della sicurezza. Eppure il dibattito sembra spesso chiuso in questa contraddizione: dopo gli scontri si domanda perché non siano stati impediti; quando si intensificano i controlli, si denuncia il clima repressivo. La prevenzione viene invocata in astratto e messa sotto accusa quando comporta verifiche, identificazioni e disagi.

Basti pensare a quello che accade ogni settimana agli ingressi degli stadi. Si controllano documenti, borse e oggetti personali; si impongono limitazioni anche a chi è arrivato soltanto per assistere a una partita. I divieti variano secondo l’impianto e l’evento, ma riguardano anche oggetti comunissimi. Fra quelli vietati figurano solitamente: accendini, borracce, lattine e bottiglie di vetro; caschi, trolley e zaini voluminosi; puntatori laser, fumogeni e petardi; striscioni, bandiere e vessilli non preventivamente autorizzati. Le bottiglie di plastica sono consentite soltanto fino a 500 millilitri e senza tappo. Gli ombrelli devono essere piccoli e privi di punte acuminate. Urliamo forse al “reato di zainetto”? Organizziamo campagne contro il “reato di ombrello”? La ragione di queste precauzioni è comprensibile: oggetti normalmente innocui possono essere utilizzati per colpire o essere lanciati. Se si vogliono evitare disordini, da qualche parte bisogna cominciare.

Naturalmente una felpa non è un ombrello utilizzabile per colpire e un controllo all’ingresso dello stadio non equivale a un trattenimento in commissariato. Il paragone riguarda la necessità di prevenire, non l’automatica giustificazione di qualsiasi misura. Ma nemmeno l’abbigliamento va discusso fingendo che il contesto non esista. Nelle cronache delle violenze degli ultimi giorni compaiono gruppi di incappucciati, un blocco nero e indumenti abbandonati dopo gli attacchi. Sia chiaro una felpa nera non rende violento chi la indossa. ma equipaggiamento, condotte e circostanze possono concorrere alla valutazione di una situazione. Ridurre ogni verifica alla persecuzione di un colore significa sostituire uno slogan all’esame dei fatti.

Questo non risolve automaticamente il caso di Carolina. La durata del trattenimento, le difficoltà nel comunicare con i genitori e soprattutto l’invito a non partecipare più alle manifestazioni – riferito dalla ragazza – richiedono risposte puntuali. Se confermata, una simile intimidazione sarebbe inaccettabile. Ma proprio la necessità di chiarire impone di distinguere una testimonianza, un’eventuale responsabilità individuale e il giudizio sull’intera strategia di sicurezza. Gramellini arriva direttamente alla richiesta di scuse. Madia usa invece una formula decisiva: “Se confermati”. Prima di archiviare quel condizionale, servirebbero gli elementi necessari per farlo.

Il rischio politico è che il caso diventi un argomento per delegittimare in blocco la linea del governo e gli strumenti di prevenzione. È un salto che merita di essere contestato: un eventuale errore operativo non dimostra da solo il fallimento dei decreti sicurezza, così come l’utilità dei controlli non rende infallibile chi li esegue. Le responsabilità si accertano sui fatti. Le norme si giudicano anche dai risultati. Il colore di una felpa non basta per chiudere nessuna delle due discussioni.

Massimo Balsamo, 28 ottobre 2026

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