Ve li ricordate i funerali della democrazia americana? Era il novembre del 2024, Donald Trump aveva appena riconquistato la Casa Bianca e una parte del mondo politico e intellettuale annunciava scenari apocalittici. La democrazia era in pericolo, le istituzioni sarebbero state travolte, gli Stati Uniti rischiavano di trasformarsi in un Paese autoritario. Due anni dopo, però, arriva una notizia che merita attenzione: gli americani sono tornati alle urne e hanno consegnato ai Democratici il controllo del Congresso. Proprio mentre alla Casa Bianca siede Donald Trump.
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno prodotto una netta sconfitta per i Repubblicani. Secondo le proiezioni delle principali testate americane, i Democratici hanno riconquistato sia la Camera dei rappresentanti sia il Senato. E non soltanto negli Stati tradizionalmente progressisti. Sono arrivati successi anche in territori considerati roccaforti repubblicane, dal Texas all’Iowa, dal Kansas alla Carolina del Sud.
Un risultato politicamente pesantissimo per Trump, che dovrà affrontare gli ultimi due anni del suo mandato con un Congresso controllato dall’opposizione. Ma soprattutto un risultato che dimostra quanto siano ancora importanti i contrappesi istituzionali americani.
Quando annunciavano la fine della democrazia
Torniamo per un momento al 2024. All’indomani della vittoria di Trump, Roberto Saviano scriveva che senza regole per i social nessuna democrazia sarebbe stata più possibile. Secondo lo scrittore, il dibattito politico trasferito sulle piattaforme digitali aveva addirittura distrutto la democrazia. Ancora più esplicito Paolo Flores d’Arcais, che su Micromega interpretava il secondo mandato del tycoon come l’inizio della fine per la democrazia. E non mancavano gli allarmi della politica. Benedetto Della Vedova, giusto per citarne uno, sosteneva che un ritorno del repubblicano alla Casa Bianca avrebbe rappresentato un pericolo per la democrazia americana.
Erano giudizi diversi, con argomentazioni differenti, ma accomunati dalla preoccupazione che la nuova presidenza potesse compromettere le garanzie democratiche degli Stati Uniti.
Il Congresso cambia colore
Adesso, però, c’è un fatto difficilmente contestabile: il sistema elettorale americano ha consentito all’opposizione di conquistare entrambi i rami del Parlamento. I cittadini hanno votato, il partito del presidente ha perso e i Democratici si preparano a esercitare nuovi poteri di controllo sull’amministrazione.
La conseguenza non è soltanto simbolica. Il Congresso approva le leggi federali, decide sulla spesa pubblica e può avviare indagini sull’operato del governo. Una maggioranza democratica potrà ostacolare diverse iniziative legislative di Trump, convocare audizioni e chiedere conto delle decisioni dell’esecutivo. Insomma, proprio quei meccanismi di controllo reciproco tra i poteri dello Stato che costituiscono uno dei pilastri della democrazia americana sono tornati al centro della scena politica.
Il presidente può certamente continuare a esercitare i poteri che la Costituzione gli attribuisce. Anche quello di veto. Ma non si può fingere che il voto di metà mandato non abbia modificato gli equilibri di Washington. Il risultato delle midterm rappresenta una risposta concreta alle previsioni più categoriche sulla scomparsa della competizione politica americana. Due anni dopo il ritorno di Trump, l’opposizione non è stata cancellata: ha vinto le elezioni congressuali. Non è stata esclusa dal sistema: si prepara a controllare il potere legislativo. Non è stata privata della possibilità di contendere il consenso: ha conquistato seggi persino in Stati storicamente repubblicani.
E c’è un altro elemento interessante. Nel 2024 gli elettori avevano scelto Trump. Nel 2026 una parte significativa di quegli stessi territori ha premiato candidati democratici. Il voto americano, insomma, non è un assegno in bianco consegnato per quattro anni a chi conquista la Casa Bianca.
PS: piccola nota a margine per i più eccitati sostenitori della “debacle” trumpiana e per chi già si scandalizza per la promessa, o forse minaccia, di Donald Trump di fare ampio uso del potere di veto. Nel 2014, a metà del secondo mandato di Barack Obama, l’idolo di tutti i progressisti non conquistò la maggioranza al Congresso e perse il Senato. Alla fine si trovò nella stessa situazione di Trump e anche i dati sui seggi sembrano sovrapponibili, secondo le proiezioni. Insomma: batosta qui, come batosta qui. “Questa sera, il popolo americano ha lanciato un messaggio chiaro”, dice Barack, proprio come diede “un messaggio chiaro” dieci anni fa quando c’era lui al potere. Niente di sorprendente. L’anatra zoppa si è già verificata otto volte nella storia americana. E il potere di veto? Beh: Obama lo utilizzò per ben 10 volte contro il parlamento a maggioranza repubblicana. E anche lì nessuno urlò allo sfregio alla democrazia
PPS: si prega di astenersi dal commettere lo stesso errore commesso nel 2020. Quando Trump perse le elezioni contro Biden dopo aver governato per quattro anni, i titoli di giornale erano i seguenti: la Repubblica, 16 novembre 2020 — “Joe Biden eletto Presidente degli Stati Uniti, finisce l’era di Donald Trump”; La Stampa, 7 novembre 2020 — “Elezioni Usa: ‘Per noi è finito il lungo incubo’”; la Repubblica, 5 novembre 2020 — “Elezioni Usa, Letta: ‘Senza Trump il sovranismo si sgonfierà anche in Europa’”. Giusto per citarne alcuni. Tutte previsioni ribaltate dal voto di due anni fa che ha riportato Donald alla Casa Bianca. Come spieghiamo su Atlantico Quotidiano, oltre le midterm restano le ragioni degli elettori che avevano portato a quel risultato nel 2024.
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