Esteri

Midterm, sconfitta per Trump: tutti i risultati. E ora che succede?

L’onda blu travolge i repubblicani anche nelle loro roccaforti storiche. Il presidente ammette la sorpresa e scarica i candidati sconfitti: "Non ero sulla scheda"

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Le elezioni di metà mandato si trasformano in una battuta d’arresto per Donald Trump. L’onda blu attraversa gli Stati Uniti e consegna ai democratici il controllo del Congresso, ribaltando gli equilibri politici di Washington. Il voto premia il partito dell’asinello, che conquista la maggioranza al Senato e anche la Camera dei Rappresentanti. Una sconfitta per i repubblicani – che perdono terreno persino in Stati considerati roccaforti conservatrici – e un risultato destinato a condizionare gli ultimi due anni del secondo mandato del presidente americano.

Alla Camera, dove sono in palio tutti i 435 seggi, i democratici si avviano verso una maggioranza particolarmente consistente, con la possibilità di superare quota 240 a scrutinio ultimato. Per il leader della minoranza uscente Hakeem Jeffries si profila un passaggio storico: se eletto dai nuovi deputati, diventerebbe il primo afroamericano a ricoprire la carica di speaker. Ma il successo democratico non rappresenta soltanto un avvicendamento ai vertici del Congresso. Il nuovo assetto consentirà all’opposizione di assumere il controllo delle commissioni parlamentari, avviare indagini sull’amministrazione Trump, convocare funzionari e sottoporre a un controllo più stringente le decisioni della Casa Bianca. Dai provvedimenti sull’immigrazione alla gestione della guerra contro l’Iran, passando per le politiche economiche e la spesa federale, i democratici avranno strumenti istituzionali per mettere sotto pressione il presidente.

Il risultato più significativo arriva tuttavia dal Senato, dove il partito democratico realizza una serie di vittorie che ridisegnano la geografia politica americana. Il primo segnale arriva dalla North Carolina, con l’affermazione dell’ex governatore Roy Cooper sul repubblicano Michael Whatley. Poi tocca alla South Carolina, dove Annie Andrews, pediatra di Charleston, sconfigge Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, scomparso lo scorso luglio. Un risultato particolarmente significativo in uno Stato che non eleggeva un democratico al Senato dal 1998 e che appena due anni fa aveva consegnato a Trump una vittoria con quasi 18 punti di vantaggio.

Il terremoto elettorale coinvolge anche il Texas. James Talarico supera il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, uno dei candidati sostenuti direttamente dal presidente, interrompendo un dominio conservatore che durava da decenni. Nello stesso Stato arriva un’altra sconfitta per il Grand Old Party: il governatore Greg Abbott perde contro la democratica Gina Hinojosa. Non meno clamoroso il risultato del Kansas, dove Adam Hamilton diventa il primo democratico eletto al Senato dal 1932. In Ohio, Sherrod Brown sconfigge il repubblicano Jon Husted, mentre in Iowa Josh Turek conquista il seggio lasciato libero da Joni Ernst. A completare il quadro arriva il Maine, con Troy Jackson che prevale sulla senatrice Susan Collins, mettendo fine alla lunga permanenza della repubblicana a Washington.

Il voto restituisce anche un’indicazione sulle preoccupazioni degli americani. Secondo l’AP Voter Poll – un’indagine condotta su circa 80 mila elettori – il costo della vita, l’andamento dell’economia e i timori per la tenuta delle istituzioni hanno avuto un peso determinante. Circa quattro intervistati su dieci indicano l’economia come principale problema del Paese, mentre sette su dieci ritengono che il Congresso dovrebbe esercitare maggiori controlli sul presidente. A pesare sono soprattutto i rincari dei generi alimentari e della benzina, aggravati dalle conseguenze economiche del conflitto con l’Iran. I democratici hanno intercettato questo malcontento, guadagnando terreno anche tra i giovani e gli elettori ispanici, due segmenti dell’elettorato sui quali Trump aveva costruito parte del proprio successo presidenziale del 2024.

Il presidente, però, non sembra intenzionato ad assumersi la responsabilità del risultato. Anzi, nelle ore successive alla chiusura delle urne moltiplica le dichiarazioni per prendere le distanze dalla sconfitta. “Non c’ero sulla scheda. Se ci fossi stato, avremmo ottenuto una vittoria a valanga. Ho detto agli elettori: ‘Fate finta che io sia sulla scheda’, ma non erano d’accordo e nella maggior parte dei casi non hanno gradito i candidati”, afferma il tycoon, individuando nei candidati repubblicani una delle principali cause del tracollo. Una spiegazione che stride con il suo coinvolgimento diretto nella campagna elettorale, caratterizzata da decine di comizi e dal sostegno personale a diversi candidati poi sconfitti.

Un certo stupore, comunque, emerge dalle parole dello stesso inquilino della Casa Bianca. “Sono un po’ sorpreso, pensavo sarebbe andata meglio. Abbiamo fatto dei comizi fantastici, con migliaia di persone dentro e fuori”, la sua ammissione. Trump individua anche un possibile punto debole nella gestione del conflitto iraniano e nelle sue ripercussioni sui prezzi dei carburanti. “La gente è d’accordo con quello che sto facendo sull’Iran, ma probabilmente non è disposta ad affrontare la conseguenza iniziale, di breve durata, di pagare di più la benzina”, osserva. Per il presidente si tratta di sacrifici temporanei in cambio di benefici futuri, ma dalle urne arriva un’indicazione diversa.

A sorprendere è soprattutto il cambio di registro nei confronti degli avversari. Intervistato dal New York Times, Trump assicura di voler riconoscere il verdetto delle urne: “Sono assolutamente disposto ad accettare questi risultati”. E aggiunge: “Lavoreremo con i democratici e, sapete, non vediamo l’ora di lavorare con loro. Probabilmente troveremo un’intesa”. Concetti ribaditi anche a Fox News, dove il presidente riconosce il lavoro svolto dall’opposizione. “Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Lo penso davvero”, afferma, indicando nell’immigrazione uno dei possibili terreni di collaborazione bipartisan. Parole concilianti che sembrano aprire uno spiraglio per una convivenza istituzionale tutt’altro che semplice.

Perché, al netto delle aperture, Trump non intende rinunciare agli strumenti costituzionali a sua disposizione. Il capo della Casa Bianca ricorda di poter esercitare “poteri enormi” e soprattutto di possedere quella che definisce l’arma decisiva contro un Congresso ostile: “Ho il potere supremo, si chiama veto”. Un avvertimento che lascia intravedere il rischio di uno scontro permanente tra Casa Bianca e Parlamento. Il presidente può infatti bloccare le leggi approvate dal Congresso, salvo che deputati e senatori riescano a superare il veto con una maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le Camere. Una soglia che richiederebbe un sostegno bipartisan assai più ampio delle maggioranze conquistate dai democratici.

A Politico, Trump prova successivamente a ridimensionare i toni: “Ho il diritto di porre il veto su tutto, ma non voglio passare due anni a mettere il veto su ogni cosa. Lavoreremo con i democratici”. Poi, quasi a voler ricordare che la disponibilità al dialogo non equivale a una resa politica, pubblica su Truth Social l’immagine di un cappellino rosso in perfetto stile Maga. Al posto del tradizionale slogan, una sola parola: “VETO”.

Il nuovo Congresso entrerà in carica nel gennaio 2027 e inaugurerà una fase di coabitazione politica che metterà alla prova la capacità di mediazione di entrambi gli schieramenti. I democratici potranno ostacolare le iniziative legislative del presidente e intensificare la vigilanza sull’esecutivo, mentre Trump conserverà importanti poteri presidenziali, a partire dal veto e dall’azione amministrativa. Il voto ha cambiato i rapporti di forza a Washington, ma non ha ancora chiarito se i prossimi due anni saranno caratterizzati dalla ricerca di compromessi o da un braccio di ferro tra Congresso e Casa Bianca. Il primo messaggio del presidente, quel cappellino con la scritta “VETO”, sembra già indicare quanto possa essere complicata la convivenza.

Massimo Balsamo, 4 novembre 2026

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