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Merendina libera. Contro la follia delle “tasse etiche”

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La proposta l’ha lanciata il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, ed è stata subito fatta propria dal “tassator cortese” Giuseppe Conte. Cortese, appunto: ma pur sempre tassatore. Di che si tratta? Di un aggravio della tassazione delle merendine, con la nuova frontiera del politicamente corretto che avanza pericolosamente, spostandosi nei territori del salutismo, dell’alimentazione, dell’imposizione statale di stili di vita “corretti” a suon di tasse e divieti. La prima avvisaglia c’era purtroppo stata un paio d’anni fa perfino nel Regno Unito, dopo mesi e mesi di martellante campagna mediatica e (purtroppo) con relativo cedimento del governo conservatore: l’imposizione di una nuova tassa sulle bevande gassate e zuccherate, per “punirne” e disincentivarne il consumo.

I laburisti e i liberaldemocratici avrebbero perfino voluto di peggio: una sorta di pugno di ferro verso quello che viene chiamato junk food, cibo spazzatura, merendine, prodotti ingrassanti. Un pacchetto di misure draconiane, da rieducazione di stato. Divieto di pubblicità per questi prodotti prima delle nove di sera; divieto (non si capisce come) per personalità e celebrità di fare da testimonial pubblicitari; divieto di usare negli spot i cartoni animati, perché potrebbero attrarre i bambini; obbligo per i ristoranti di esporre i dati delle calorie; obbligo di inserire sulle confezioni un “semaforo” di avvertimento sulle caratteristiche del prodotto; divieto delle offerte “paghi uno-prendi due”, perché potrebbero incoraggiare un consumo eccessivo.

Come si vede, a parte un paio di misure informative (quindi accettabili anche in chiave liberale), tutto il resto è un pesante mix di divieti, imposizioni, punizioni. Intendiamoci bene: il problema esiste, e sarebbe ingiusto negarlo. Un terzo dei bimbi inglesi è a rischio di obesità prima di aver concluso il ciclo della scuola elementare, e per i bimbi di famiglie povere il rischio è addirittura doppio. Ma quello che colpisce è l’idea che, per affrontare il problema, servano leggi e tasse. A ben vedere, si tratta di un’operazione tre volte pericolosa. In primo luogo, perché deresponsabilizza le famiglie, i genitori: sta a loro, non allo stato, occuparsi della dieta di ragazzi e ragazze. Chi non lo comprende, apre la porta a interventi sempre più penetranti del governo nella vita e nelle scelte private dei cittadini. In secondo luogo, perché questi prodotti sono già tassati attraverso l’Iva. In terzo luogo, perché le tasse non sono un “martello etico” da dare in testa a chi abbia comportamenti ritenuti “devianti” rispetto alle logiche del politicamente corretto.

In una concezione minimamente liberale, il massimo che la mano pubblica possa fare è promuovere campagne informative, illustrare i rischi connessi a un certo stile di vita o a certe abitudini alimentari, incoraggiare la pratica sportiva come risposta ad alcuni pericoli per la salute. Ma, appunto, si tratta di informare, non di imporre regole o di penalizzare chi non le voglia seguire. E ciascuno dovrebbe restare libero di comportarsi come preferisce, a proprio rischio e pericolo.

Non tocca al ministro della sanità o al ministro dell’istruzione o al primo ministro prendersi cura di noi, rimboccarci le coperte, imporci la maglietta di lana d’inverno e quella di cotone d’estate. Se si entra in questo territorio, in un primo momento le conseguenze possono essere comiche: arriveremo al giustizialismo applicato alle porzioni troppo abbondanti, ai cornetti con la crema, al panino troppo oleoso, all’hamburger con troppo ketchup, alle patatine fritte descritte come un nuovo killer…Ma, in un secondo momento, dal comico si può arrivare a qualcosa di più pericoloso: se passa il principio che lo stato, il governo, una maggioranza, possono decidere della mia alimentazione, allora potranno decidere anche per altri aspetti più delicati e sensibili della mia vita privata.