Domenica 27 settembre 2026 un litro di benzina self service costa in media 2,159 euro sulla rete stradale, e oltre 2,25 in autostrada. Il riflesso condizionato è dare la colpa al petrolio, alle guerre, a Hormuz. È una spiegazione vera ma parziale, e per questo comoda. Per capire davvero cosa paghiamo bisogna smontare quel litro pezzo per pezzo.
Il greggio: la parte più piccola della parte più visibile
La materia prima, cioè il petrolio che finisce nel serbatoio, vale oggi poco più di un quarto del prezzo finale. Su una benzina a 2,15 euro al litro, il Brent pesa circa il 26%, raffinazione e distribuzione circa il 25%, l’accisa circa il 31% e l’IVA circa il 18%. In cifre sono circa 56 centesimi di greggio, 54 di raffinazione, logistica e margini, 67 di accisa e 39 di IVA. Il greggio è la componente che occupa i titoli dei telegiornali, ma è anche quella su cui l’Italia ha meno leve. Il prezzo si forma a Londra e a New York, si muove con le crisi mediorientali e con le decisioni dell’OPEC, e si paga in dollari. Proprio per questo è la componente che merita meno energia politica: si può solo subirla, o al massimo attenuarla.
L’industria: una filiera lunga e poco conosciuta
Il secondo quarto del prezzo copre un lavoro che il consumatore non vede. Ci sono la raffinazione, il trasporto via mare e via terra, lo stoccaggio, la gestione di una rete di oltre ventimila impianti capillarmente diffusi sul territorio e il lavoro dei gestori, che operano con margini unitari di pochi centesimi al litro. Sono costi industriali reali, anch’essi esposti al rincaro dell’energia e della logistica. È in questa fase che si forma il fenomeno che ogni automobilista percepisce. I rialzi del petrolio arrivano alla pompa in una o due settimane, i ribassi in tre-cinque. Gli economisti la chiamano asimmetria del pass-through. Ha spiegazioni in larga parte tecniche: le scorte acquistate a prezzi più alti devono essere smaltite, i contratti di approvvigionamento hanno scadenze e le coperture finanziarie rallentano l’adeguamento. È un tema su cui l’Antitrust vigila periodicamente, ed è giusto che lo faccia, ma non va confuso con la speculazione.
Questa settimana l’industria ha anche dato un segnale di responsabilità. Da lunedì 28 settembre Eni applica un tetto di 1,99 euro alla benzina e 2,19 al gasolio. È un gesto significativo, che mostra come in una fase di emergenza anche gli operatori possano contribuire a contenere l’impatto sulle famiglie, assorbendo parte dei rincari. Ma proprio perché si tratta di un intervento volontario, non può sostituire una politica pubblica.
Lo Stato: la metà del litro
Accisa e IVA, sommate, valgono circa la metà del prezzo. L’accisa sulla benzina è pari a 0,6726 euro al litro dal 1° gennaio 2026, a seguito del riallineamento con il gasolio deciso nella legge di bilancio. È un importo fisso: non cambia se il greggio crolla o se esplode. Su tutto questo, accisa compresa, si applica l’IVA al 22%: un’imposta su un’imposta. Ogni centesimo di accisa ne genera altri 0,22 di IVA. Non è un capriccio nazionale ma una regola europea: la direttiva comunitaria sull’IVA impone agli Stati membri di includere le accise nella base imponibile. Proprio per questo la questione va posta nelle sedi europee, non liquidata come una furbizia del fisco di casa nostra. Nel frattempo, chi paga davvero questa sovrapposizione non è l’impresa, che l’IVA la detrae, ma la famiglia, che non può farlo.
C’è poi un paradosso meno noto. Poiché l’accisa è fissa e l’IVA è proporzionale, quando il petrolio sale lo Stato incassa di più. La crisi energetica è, per l’erario, una fonte di maggior gettito. Da questa constatazione nasce il meccanismo delle accise mobili, che dal 6 ottobre userà l’extragettito IVA prodotto dal caro greggio per ridurre le accise. È uno strumento sensato, ma difensivo: restituisce ciò che lo Stato ha incassato in più, non riduce il peso strutturale del fisco sul litro.
Cosa dovrebbe cambiare
Le obiezioni a una riduzione del carico fiscale sono note e non vanno liquidate. Le accise sui carburanti garantiscono un gettito rilevante e stabile, difficile da sostituire. Hanno una funzione ambientale, perché scoraggiano i consumi fossili. E ogni taglio generalizzato favorisce chi guida di più, spesso chi ha di più. Proprio per questo il tema non è “tagliare le accise”, slogan che ogni governo agita e nessuno realizza. Il tema è rendere il prezzo leggibile e il sistema coerente. Servirebbe porre in sede europea la questione dell’IVA calcolata sull’accisa e, in attesa, compensarla con una corrispondente riduzione dell’accisa per i consumi privati.
Servirebbe una maggiore trasparenza sulla formazione del prezzo lungo tutta la filiera, a tutela dei consumatori ma anche degli operatori, spesso chiamati in causa senza ragione. E servirebbero misure mirate per chi dipende dall’auto senza poter scaricare nulla (pendolari, famiglie delle aree interne, lavoratori dipendenti in trasferta) invece di sconti indistinti che costano molto e redistribuiscono male. Il litro di benzina è uno specchio fedele del Paese: una parte internazionale che non controlliamo, una parte industriale che lavora con margini più stretti di quanto si creda, una parte pubblica che controlliamo del tutto ma non vogliamo toccare.
Finché il dibattito resterà concentrato sulla prima, continueremo a pagare le altre senza chiederci perché.
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