La Lega scalda i motori in vista del prossimo congresso federale, una scadenza cruciale che, sebbene non ancora ufficializzata nei minimi dettagli, ha già una data cerchiata in rosso sul calendario dei vertici di via Bellerio: molto probabilmente domenica 8 novembre. La cornice scelta per l’assise sarà Milano, la culla storica del movimento, un ritorno alle origini che si preannuncia tutt’altro che privo di significati politici profondi. Se sulla riconferma della leadership non si addensano nubi, il dibattito interno si concentra tutto sulle geometrie delle correnti e sul peso reale del dissenso interno.
Matteo Salvini verrà riconfermato segretario federale con una maggioranza che si preannuncia schiacciante. Su questo non ci sono dubbi né tra i fedelissimi del vicepremier né tra le fila dei militanti della prima ora. Il controllo del leader uscente sull’apparato del partito e sulla stragrande maggioranza dei delegati resta ferreo. Salvini può infatti contare sull’appoggio compatto e blindato di tutto il Centro-Sud — un bacino di delegati cresciuto negli anni della svolta nazionale — a cui si salda la stragrande maggioranza delle federazioni del Nord, da sempre cuore pulsante del tesseramento leghista.
L’unico vero elemento di incertezza strategica riguarda l’ipotesi di una candidatura identitaria e di bandiera da contrapporre al segretario. Una mossa utile a dare voce al cosiddetto “fronte nordista”, quella minoranza critica che guarda con nostalgia alle radici autonomiste e territoriali del movimento. Il nome su cui si sta ragionando in queste ore è sempre quello di Massimiliano Romeo, attuale capogruppo della Lega al Senato e segretario del partito in Lombardia. Una figura autorevole, stimata per la sua mediazione istituzionale, ma che in un’eventuale corsa congressuale finirebbe per interpretare un ruolo puramente simbolico.
Perché la candidatura di Romeo nasce depotenziata
Secondo quanto riferiscono a Milano Quotidiano fonti leghiste molto ben informate e ai massimi livelli, la candidatura di Romeo nascerebbe però già fortemente depotenziata. I rumor di via Bellerio evidenziano infatti come lo stesso segretario lombardo non avrebbe alle spalle il sostegno compatto della sua stessa regione. Romeo non ha dietro di sé tutta la Lombardia, spiegano i beninformati, ma potrebbe contare quasi esclusivamente sulla maggioranza dei delegati di tre sole province: Bergamo, Brescia e Varese.
Si tratta, è vero, del cuore storico della Lega, territori dove il radicamento della vecchia guardia è profondo e dove il malumore per la linea nazionalista si fa sentire con maggiore intensità. Varese è la terra d’origine del fondatore Umberto Bossi, mentre Bergamo e Brescia rappresentano i serbatoi storici di voti e di militanza. Tuttavia, tre province — per quanto pesanti e simboliche — non bastano a scalfire una leadership nazionale. Il resto della Lombardia, a partire da Milano e dalle altre province chiave, rimarrebbe saldamente ancorato alla mozione Salvini.
I calcoli numerici che circolano tra i corridoi del partito delineano già i contorni di quello che si preannuncia come un vero e proprio plebiscito per Salvini. In caso di sfida aperta, le proiezioni interne stimano un risultato schiacciante: 90% dei voti a favore di Salvini e appena il 10% per Romeo. Una forchetta larghissima che include nel computo anche una sparuta percentuale di delegati che potrebbero optare per l’astensione o decidere di non partecipare al voto per lanciare un segnale di scontento.
La minoranza guidata idealmente dal fronte nordista si rivelerebbe nei fatti molto piccola e numericamente marginale, incapace di imporre un cambio di rotta o di condizionare l’agenda politica del partito. Per Salvini si tratterà di una prova di forza interna fondamentale, utile a silenziare le critiche e a rilanciare l’azione della Lega sia all’interno della coalizione di governo sia nello scacchiere politico nazionale.
A Milano l’8 novembre, salvo sorprese dell’ultima ora sulla convocazione, andrà in scena la consacrazione della leadership salviniana. La sfida identitaria di Romeo, se alla fine verrà formalizzata, servirà più che altro a pesare il dissenso della vecchia guardia, lasciando però intatta la leadership assoluta del segretario uscente.
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(immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)


