Dunque, c’è una persona più grande, che dalla voce avrà tra i venti e trent’anni, che con tono scanzonato dice che ci sono i ragazzini in giro a rubare. Guarda quello, dice, peserà 30 chili. Gliene passa uno proprio vicino, che viene apostrofato. Quello, il ragazzino protagonista del video, praticamente un bambino, gli si fa vicino, alza il mento come un gangster di GTA. Il tutto risulta comico, tanto che l’altro lo manda a quel Paese liquidandolo: sei alto un metro e trenta… L’altro scappa via.
Parrebbe una roba da ridere, ed è questo il problema. Che quel muso alzato come un bulletto di periferia fa il paio con quell’altro piccolo scienziato che andava in giro in Duomo a dire che lui era il “fresco di zona”. Ed entrambe le cose mi portano a una domanda: ma i loro genitori chi sono? Che cosa fanno? Che cosa hanno insegnato ai loro figli? (E no, non sono di seconda generazione, di terza, di quarta. Questi sono italianissimi bianchissimi e – nel caso specifico – pure con gli occhi belli chiari).
Visto che i loro genitori hanno la mia età, la domanda si fa generazionale. Una domanda a noi quarantenni e cinquantenni. Chi siamo noi? Abbiamo abbandonato la disciplina anche eccessiva dei nostri genitori. Abbiamo abbandonato l’ossessione per il risparmio, la crescita, l’oculatezza dei nostri genitori. Abbiamo imparato che la vita dura poco, basta un Covid e si potrebbe morire tutti quanti, bisogna un po’ godersela. Ma in questo nostro processo di apprendimento edonistico del memento mori che cosa abbiamo trasmesso a loro? Che cosa hanno imparato loro? Non lo so.
Dopodiché ripenso alla mia adolescenza, a quanto ero testa di cavolo, a quanta disperazione ho portato nella mia famiglia e quanta di quella disperazione mi sono riversato dentro. E a quanto i miei genitori si dannavano per tenermi su una linea dritta, non riuscendoci sempre. Non so che cosa stia succedendo, ma quel video è quello che mi ha fatto più pensare.
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