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Mosca: “Prendiamo il controllo totale delle città”. Cosa succede ai negoziati in Ucraina

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Si tratta e si combatte. In Ucraina la guerra è arrivata al 19esimo giorno: oltre due settimane di bombardamenti, trattative nascoste, tentativi di mediazione, resistenza. Per ora siamo quasi al punto di partenza, nel senso che l’Ucraina continua a “resistere e combattere per vincere” mentre la Russia porta avanti la sua “operazione speciale” per smilitarizzare il Paese. Un muro contro muro in cui, però, si sono aperti dei deboli spiragli.

Mosca: “Pronti a prendere le città”

Il primo importante risultato è l’apertura, oggi, di un corridoio umanitario da Mariupol, la città circondata da Mosca e ormai alla fame da giorni. Circa 160 automobili cariche di residenti stanno uscendo dal centro abitato, in uno dei dieci corridoi che sono stati concordati tra le parti in tutto il territorio ucraino. Difficile dire se si tratta di un primo passo verso la pace o se dell’incipit verso una fase ancora più acuta del conflitto, magari con il bombardamento a tappeto da parte dei russi. Oggi il portavoce del Cremlino, Dmytry Peskov, ha fatto sapere che “il ministero della Difesa, garantendo la massima sicurezza delle popolazioni civili, non esclude la possibilità di prendere il pieno controllo delle grandi città che sono già circondate“. Mosca nega che l’obiettivo originale fosse quello di conquistare Kiev in poco tempo. Per Peskov Putin avrebbe fato l’ordine di “non lanciare un rapido assalto ai principali centri urbani” per evitare troppe perdite civili. E visto che al momento “non è stata annunciata” una data per la fine dell’invasione, resta da capire se la minaccia di Mosca serve ad alzare la posta ai negoziati in corso o se davvero il Cremlino sta pensando di dare il via all’assalto finale.

I negoziati

Intanto la via diplomatica si dipana lungo due sentieri. Da una parte il dialogo tra le delegazioni ucraina e russa, che oggi hanno dato il via al quarto round di negoziati in via telematica. Il capo della delegazione di Kiev, Mikhaylo Podolyak, ha ribadito che l’Ucraina non intende fare passi indietro sulle sue condizioni negoziali: “Pace, cessate il fuoco immediato, ritiro di tutte le truppe russe”. Per dirla con le parole di Zelensky: Kiev vuole “garanzie di sicurezza per il nostro Paese e per i nostri cittadini, fissando tutto questo sulla carta”. Lo stesso ha fatto Mosca, ribadendo – tramite il ministro Lavrov – che l’Ucraina “non dovrà essere più una minaccia per la Russia”. Tradotto: smilitarizzazione, neutralità e riconoscimento dell’indipendenza sia delle repubbliche del Donbass che della Crimea. Impossibile capire a che punto siano i colloqui, ma Kiev sostiene che adesso la posizione russa sembra essere più “costruttiva”. “Invece di darci un ultimatum o linee rosse o chiedere all’Ucraina di capitolare, ora sembrano avviare negoziati costruttivi”, ha spiegato Il vice capo dell’ufficio del presidente Zelensky, Ihor Zhovkva.

I mediatori

La seconda direttiva invece riguarda le mediazioni internazionali. Nei giorni scorsi hanno provato a portare a più miti consigli Puti sia Emmanuel Macron che Olaf Scholz. Senza successo. L’Italia fa la parte del convitato, senza toccare palla: lo dimostra il fatto che Jack Sullivan, segretario per la sicurezza Usa, e il presidente della commissione esteri di Pechino, Yang Jiechi, si siano incontrati oggi a Roma. Il Bepaese fa da “campo neutro”, ma non incide. La palla è in mano a tre Paesi: 1) Israele, che ha tentato una mediazione per ora non andata a buon fine (Bennet avrebbe chiesto a Zelensky di arrendersi, facendo infuriare gli ucraini); 2) la Turchia, che è riuscita a far incontrare i ministri degli esteri Lavrov e Kuleba: Ankara è nella Nato, ha storici rapporti con la Russia e vende i droni agli Ucraini, per questo è vista come possibile pedina di mediazione; 3) la Cina, che si è schierata al fianco di Mosca (anche se con qualche distinguo) e che potrebbe convincere Putin, a determinate condizioni, a concludere in anticipo le mosse militari.