Cultura, tv e spettacoli

NAZA, il nuovo verbo della sinistra italiana

A Pistoia il film NAZA entra nel programma istituzionale durante il percorso di gemellaggio con Gerico e arriva anche nelle scuole. Il confine tra politica della pace e narrazione militante è sempre più sottile

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C’è un film che in questi giorni racconta molto più di una guerra lontana, racconta anche il modo in cui una parte della sinistra italiana sta scegliendo di leggere il conflitto israelo-palestinese, di portarlo dentro le istituzioni e di trasformarlo in una precisa chiave di interpretazione politica. Quel film è NAZA, e il luogo nel quale questa vicenda assume un significato particolare è Pistoia.

La nuova Giunta di centrosinistra guidata da Giovanni Capecchi è in carica da poco più di tre mesi e ha già individuato nella “politica della pace” uno degli elementi caratterizzanti del proprio mandato. Il sindaco ha mantenuto per sé la delega alle Politiche per la pace e la Giunta ha aderito al Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, dichiarando Pistoia “Città per la pace e i diritti umani”.

Fin qui, nulla da obiettare, la pace non è patrimonio di una parte politica e nessuno può contestare a un Comune il diritto di promuovere iniziative di dialogo e cooperazione. Il problema nasce quando questa scelta assume una direzione sempre più precisa. Il Comune ha infatti inserito nel programma della visita del sindaco di Gerico, Salem Ghrouf, due proiezioni di NAZA: una pubblica, alla presenza dei due sindaci, e una il giorno successivo riservata alle scuole del territorio. La visita si colloca nel percorso avviato per il gemellaggio con la città palestinese.

A questo punto la domanda è inevitabile: dove finisce la politica della pace e dove comincia la politica militante? NAZA non è un documentario neutrale sulla guerra di Gaza, è un’inchiesta costruita attorno a una precisa lettura delle operazioni israeliane e delle responsabilità per la morte di civili palestinesi. Il film può naturalmente sostenere questa tesi. In una società democratica deve poter essere visto, discusso, apprezzato o contestato.

Ma proprio perché propone una precisa interpretazione del conflitto, è legittimo interrogarsi sul contesto istituzionale nel quale viene presentato. Se NAZA viene proiettato da un’associazione culturale, siamo nel terreno della libertà di espressione. Se viene inserito nel programma ufficiale di un Comune, alla presenza del sindaco, dentro un percorso di gemellaggio con una città palestinese e con una proiezione destinata alle scuole, siamo su un terreno diverso: non si discute più soltanto di cinema, si discute del rapporto fra istituzione e narrazione politica.

E la scuola rende la questione ancora più delicata, non perché gli studenti debbano essere tenuti lontani dalla tragedia di Gaza, ma perché educare al pensiero critico significa offrire gli strumenti per confrontarsi con una realtà complessa: il 7 ottobre, le vittime israeliane, gli ostaggi, Hamas, le vittime palestinesi, le operazioni militari israeliane e il diritto internazionale. Una sola chiave di lettura, per quanto legittima, non può diventare l’unica chiave proposta da un’istituzione pubblica.

La Palestina e il cortocircuito della sinistra

Una parte della sinistra italiana sembra avere trasformato la questione palestinese da tema di politica estera in una vera identità politica. Il problema non è sostenere la causa palestinese, si può farlo legittimamente. Il problema nasce quando la complessità viene considerata un fastidio e il dubbio un cedimento politico.

Si può sostenere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione senza rimuovere il 7 ottobre. Si possono denunciare le sofferenze di Gaza senza cancellare le vittime israeliane. Si può criticare duramente il governo Netanyahu senza confondere Israele con gli ebrei. E si può difendere Israele dal terrorismo senza approvare ogni scelta del suo governo. Sono distinzioni elementari, eppure proprio queste distinzioni sembrano diventare sempre più difficili per una parte della sinistra.

La frattura dentro il Pd

È qui che NAZA incrocia una questione ancora più delicata: il dibattito parlamentare sul disegno di legge contro l’antisemitismo. Il provvedimento in questione, approvato dal Senato e ora all’esame della Camera, prevede anche l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA. E proprio questo dibattito ha reso evidente una frattura che attraversa il Partito Democratico: da una parte c’è un’area più riformista e istituzionale che considera necessario rafforzare gli strumenti di contrasto all’antisemitismo, pur chiedendo garanzie sulla libertà di critica nei confronti di Israele.

Dall’altra emerge una sensibilità sempre più vicina alle posizioni di AVS e Movimento 5 Stelle, soprattutto nel considerare con forte diffidenza l’adozione della definizione IHRA e nel porre al centro il rischio che il contrasto all’antisemitismo possa finire per comprimere la libertà di critica verso Israele. Non sono semplici sfumature, sono due sensibilità politiche che convivono nello stesso partito ed il punto politico è dunque evidente: il PD rischia di parlare con due voci sullo stesso tema.

Una voce più riformista, istituzionale, europea che considera la lotta all’antisemitismo un principio non negoziabile; l’altra sempre più vicina al linguaggio della sinistra radicale e dei movimenti pro-palestinesi, per i quali il nodo centrale è soprattutto evitare che il contrasto all’antisemitismo possa essere utilizzato per limitare la critica a Israele.

La contraddizione diventa difficile da ignorare, perché si può criticare Israele, naturalmente, ma una forza politica che voglia conservare una cultura riformista dovrebbe essere altrettanto intransigente quando l’antisemitismo emerge in ambienti della mobilitazione pro-palestinese. Non può esistere una diversa misura dell’indignazione a seconda di chi pronuncia una determinata parola o di quale area politica provenga.

Il problema non è il film, è ciò che le istituzioni fanno del film

Ed è qui che torna Pistoia. La Giunta Capecchi non commette alcuna illegittimità nel promuovere iniziative sulla pace, nel costruire relazioni con Gerico o nel proporre un documentario. Ma un’istituzione pubblica deve sapere che, quando inserisce una determinata opera in un programma istituzionale, le conferisce anche una legittimazione pubblica. Il Comune, però, non appartiene alla maggioranza che lo governa. Appartiene anche a chi quella maggioranza non l’ha votata. A chi sostiene la causa palestinese e a chi sostiene Israele. A chi condanna Hamas e a chi critica Netanyahu. A chi considera il conflitto una tragedia senza letture semplicistiche. E anche a chi ritiene che il proprio Comune dovrebbe occuparsi prioritariamente di amministrazione locale anziché assumere posizioni su una delle questioni internazionali più divisive del nostro tempo e dimostrare così quanto sappia essere istituzione.

Se si proietta NAZA, lo si faccia, ma si dia spazio anche alle voci che lo contestano. Se si parla della tragedia palestinese, si ricordino anche le vittime israeliane. Se si condanna l’antisemitismo, lo si faccia senza distinguere in base alla provenienza politica di chi lo manifesta. Se si critica Israele, si garantisca che quella critica possa essere esercitata liberamente senza essere automaticamente confusa con l’odio antiebraico. Questa non è equidistanza, è pluralismo.

Massimo Micheli, 2 ottobre 2026

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