in

No, l’aborto non è un diritto costituzionale

Feroci polemiche dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti. Parla l’avvocato Annamaria Bernardini de Pace

aborto sentenza

Dimensioni testo

: - :

di Annamaria Bernardini de Pace (La Stampa 4 luglio 2022)

Nel 1975, in Italia, la Corte costituzionale, pur riconoscendo l’importanza della tutela del concepito, ha ammesso la possibilità del ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, solo per motivi molto gravi. Fino a quel momento, in Italia, l’aborto era considerato reato (con l’ipotesi di 4 anni di carcere) e la soluzione pratica del problema era affidata a mammane e medici, che agivano nell’illegalità; fino ad allora, morivano sì tanti bambini prima di nascere, ma anche tante mamme prima di diventarle. Dopo questa sentenza, un ampio e allargato movimento parlamentare e popolare – al quale io stessa ho preso parte al fianco di Pannella – ha portato fino all’approvazione della legge n. 194/1978, pubblicata il 22 maggio; legge denominata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” che ha resistito anche ai successivi tentativi referendari dei movimenti cattolici. Io ho combattuto ogni giorno perché ci fosse questa legge, pur essendo personalmente antiabortista, perché considero irrinunciabile il valore costituzionale per chiunque della libertà di scegliere.

Il 24 giugno del 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha statuito che l’aborto non è un diritto costituzionalmente garantito. Si sono subito scatenati gli arrabbiati femministi di tutto il mondo, scandalizzandosi perché con questa decisione viene compresso il “diritto all’aborto”. Peraltro, raccontando che viene vietato l’aborto e che si torna indietro di 50 anni. Dimenticando che ciascuno dei 50 stati americani avrà una legge rispettosa del pensiero dei propri cittadini, pro o contro l’aborto. Ma un diritto all’aborto non c’è, non esiste. Non è possibile, infatti, parlare di un diritto laddove non vi sia un corrispondente dovere.

Neppure la legge italiana, tanto sbandierata come espressione del “diritto” all’aborto, cita mai, direttamente o indirettamente, questo presunto diritto. Anzi, si riferisce solo ed esclusivamente, all’art. 5, ai “diritti di madre e lavoratrice”. L’articolo 1, invece, che introduce la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, scrive chiaramente che “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. E, continua: “l’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”. Per, poi, affermare un principio sacrosanto, secondo il quale “lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”. Chi mai può interpretare queste parole come diritto all’aborto? È stato solo legalizzato ciò che prima era reato. Ma sempre di scelta si tratta, di fare o di non fare, non di diritto.

Dunque, la contrapposizione di guerra che si è creata in questi giorni, come 50 anni fa, vede, da una parte, il diritto alla vita – che esiste – e, dall’altra, il presunto diritto all’aborto – che non esiste; esiste, infatti, soltanto, ma non è poco, l’aiuto da parte dello Stato per risolvere il problema, che può essere anche gravissimo e doloroso, di non voler proseguire una gravidanza in qualsiasi modo indesiderata. Non è corretto che i femministi proclamino a gran voce il diritto all’aborto e deprimano, con la stessa gran voce, coloro che sostengono il diritto alla vita. È corretto sia il pensare che il feto, sin dai primi momenti, non sia una persona, sia il pensare che eliminare il feto sia un omicidio. Non può esistere una certezza indiscutibile nelle convinzioni personali.

Certamente, non si può ritenere giusta, senza alcuna possibilità di discussione, la tesi che sostiene che esiste il diritto all’aborto, e che, soprattutto, sia un diritto esclusivamente della donna: perché per concepire bisogna essere in due e per eliminare il concepito ne basta uno? Anzi una? È corretto che quando il padre viene riconosciuto come tale, per amore, per legge o per forza, sia obbligato ad avere doveri, anche economici, per tutta la vita verso il figlio e, invece, se ha prestato il proprio seme – senza il quale la vita non sarebbe possibile – sia considerato una nullità e incapace di dire il proprio parere, sulla vita e sulla morte, di un potenziale proprio figlio? È giusto che la donna, nel nome di un presunto diritto all’aborto, escluda un uomo dalla gioia della paternità? Non è ammissibile che ci siano stati anni di lotta delle donne per non essere discriminate dagli uomini e invece ora, raggiunta la pari dignità giuridica, siano le donne a discriminare gli uomini sulla soglia della vita dei figli comuni. I corsi e i ricorsi storici inevitabilmente propongono che problemi, apparentemente superati, vengano di nuovo esaminati e discussi, magari persino dimenticando le lotte politiche e culturali che hanno portato a una certa soluzione di quei problemi.

Oggi nel 2022 si dovrebbe solo apprezzare, senza criticarne il colore politico, la decisione del più importante tribunale degli Stati Uniti – che ha una giurisprudenza diversa dalla nostra, basata sì sulla legge, ma anche sul precedente – che ha eliminato la fallace convinzione che il presunto “diritto all’aborto” fosse di natura costituzionale. Non c’è nella costituzione degli Stati Uniti, ma non c’è nemmeno nella costituzione italiana. Quindi finiamola di urlare, di scandalizzarci e di criticare, schierandoci politicamente (e inutilmente, perché mamme e papà sono di tutti i segni politici e religiosi possibili e il problema è solo profondamente umano); guardiamo, invece, con onestà alla vita reale e al diritto di tutti di scegliere.

Abortire è sempre una decisione gravissima che sconvolge chiunque: la nostra legge ci offre il modo di affrontarla e risolverla, se è indispensabile, col supporto delle strutture sociosanitarie, proponendo alle donne in crisi un percorso attento e approfondito di pensieri e considerazioni. Senza dimenticare che quasi il 67% dei ginecologi è obiettore di coscienza. Sacrosanto è il diritto alla vita, che ha una posizione privilegiata tra i diritti inviolabili che la Costituzione prevede all’art. 2; ma, altrettanto sacrosanto, è il diritto alla libertà di scegliere, secondo l’identità di pensiero di ciascuno; diritto pure tutelato dalla nostra Costituzione. Ciascuno, dunque, si assuma le proprie responsabilità e gestisca la propria coscienza senza demonizzare quella altrui.