Alla fine, qualcosa è rimasto impigliato nella rete. Poco, pochissimo, se si considera la dimensione dell’assalto al cantiere Tav di Chiomonte. Ma abbastanza per cominciare a illuminare un sistema che assomiglia sempre meno a una protesta spontanea e sempre più a una macchina organizzata della guerriglia. Jonathan Jooss, 25 anni, e Salka Bura, 21, i due attivisti tedeschi fermati dalla polizia dopo gli scontri, restano in carcere. Il gip Giulia Caveglia ha disposto la custodia cautelare per entrambi. Sono accusati di devastazione e lesioni personali in concorso e risultano indagati anche per resistenza a pubblico ufficiale. Per il giudice sarebbero arrivati in Italia “appositamente per prendere parte agli scontri violenti” e sarebbero “altamente pericolosi” perché “hanno dimostrato di essere del tutto indifferenti verso l’autorità”. Non esattamente due turisti capitati per sbaglio in Val di Susa.
Come ricostruisce il Corriere, gli agenti della Digos li hanno intercettati a Susa mentre si allontanavano dal campeggio No Tav di Venaus. Apparentemente erano due normali campeggiatori. Nel bagagliaio, però, c’era un equipaggiamento decisamente meno bucolico: abiti neri, guanti, numerose maschere antigas, un estintore e una fionda. Tutto materiale che ha convinto gli investigatori ad accompagnarli in questura per approfondire.
A tradirli sarebbero stati proprio quei vestiti che, diversamente da molti altri componenti del cosiddetto blocco nero, non avevano abbandonato. Jooss sarebbe stato riconosciuto anche per i pantaloncini corti e per le “gambe di pelle scura particolarmente magre”. Bura, invece, avrebbe indossato durante gli scontri un guanto giallo e uno grigio: gli stessi trovati ancora nell’automobile.
Ingenuità, certo. Ma ingenuità che potrebbero aiutare a ricostruire una rete molto meno improvvisata di quanto qualcuno continui a raccontare. Al momento del fermo, infatti, i due avrebbero indicato come legale di fiducia Gianluca Vitale, storico avvocato di Askatasuna. Avrebbero inoltre fornito il nome di un militante torinese con il quale erano rimasti in contatto.
Per gli investigatori, questi elementi potrebbero confermare il ruolo centrale del centro sociale nel coordinamento delle squadre arrivate in Val di Susa, compresa la preventiva indicazione degli avvocati da contattare in caso di arresto. Naturalmente saranno le indagini e gli eventuali processi ad accertare le responsabilità. Ma il quadro che emerge è piuttosto semplice: persone provenienti dall’estero, equipaggiamento da scontro, gruppi organizzati, contatti sul territorio e assistenza legale già predisposta.
Altro che quattro ragazzi esuberanti scappati di mano agli organizzatori. Qui non si parla di una manifestazione degenerata per caso. Si parla di centinaia di incappucciati che sanno come muoversi, come coprirsi, come disfarsi degli abiti e come rendere più difficile il lavoro della polizia. Dei circa settecento appartenenti al blocco nero, soltanto due sono finiti in carcere, non perché gli altri fossero pacifici, ma perché sarebbero stati più accorti nel cancellare le tracce.
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Le 3.300 identificazioni raccontano la vastità dell’operazione, ma anche la difficoltà di trasformare i filmati e i controlli in provvedimenti concreti. Le indagini proseguono con la collaborazione delle autorità francesi, tedesche e belghe. L’attenzione è rivolta in particolare agli attivisti della Maurienne, mentre la scadenza delle 48 ore previste per gli arresti in flagranza differita rende ora più complicato intervenire nei confronti di chi è già rientrato all’estero.
Ed è a questo punto che la domanda diventa politica. Con quale coraggio la sinistra continua a sostenere questi ambienti? Con quale coraggio insiste a raccontare che da una parte esisterebbe un nobile movimento popolare e dall’altra una misteriosa minoranza di violenti senza legami con nessuno? È lo stesso copione visto troppe volte. Prima si costruisce attorno alla protesta una cintura di indulgenza culturale e politica. Poi arrivano le pietre, gli incendi, le bombe carta e gli agenti feriti. Infine partono i distinguo: la violenza è sbagliata, però la Tav; solidarietà alla polizia, però il dissenso; condanna ferma, però non criminalizziamo il movimento.
No. Quando centinaia di persone arrivano preparate per attaccare un cantiere e le forze dell’ordine, non siamo più nel campo della critica a un’opera pubblica. Siamo davanti a un’aggressione organizzata allo Stato. È la linea che nicolaporro.it ha sostenuto con chiarezza: basta minimizzare la guerriglia, basta lasciare soli gli uomini in divisa e basta con le condanne a metà di un campo largo sempre pronto a difendere il diritto di manifestare anche quando nessuno lo ha messo in discussione.
La sinistra dovrebbe scegliere. Può stare con chi protesta pacificamente, oppure continuare a offrire alibi politici a chi arriva dalla Germania con maschere antigas, abiti neri e fionde nel bagagliaio. Tenere insieme le due cose non è più ambiguità. È complicità culturale.
Massimo Balsamo, 30 luglio 2026
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