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Occhio agli espertoni, ma anche al mito del voto popolare

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Ha ragione e fa bene Marco Gervasoni a mostrare la incompatibilità tra “giuria di qualità” e “voto popolare” e, per uscire da canzonissima e venire al teatro parlamentare, tra “governo degli esperti” e “democrazia popolare”. Se, infatti, passa l’idea che l’arte del governo debba essere esercitata solo da chi è competente o abilitato o patentata, allora, ci si incammina sulla via del “governo dei migliori” e da qui a ritrovarsi in una dittatura, chiara o mascherata, il passo è breve.

Tuttavia, siccome il tema è molto serio e non riguarda solo la teoria o la polemica del momento o le canzoni, ma anche la pratica del tempo che viviamo, vale la pena mostrare il lato d’ombra che c’è nella posizione espressa da Gervasoni: il “voto popolare” è a sua volta un mito che va schiarito, altrimenti si rischia di passare dalla padella del “governo dei tecnici” alla brace del “governo del popolo” (passaggio che, in verità, c’è già parzialmente stato).

La verità è che la democrazia è piena di miti e tra questi ci sono proprio il “governo dei competenti”, il “governo degli onesti”, il “governo del popolo”, la “volontà popolare”, il suffragio universale. In una democrazia liberale, il governo non può essere né tecnico, né popolare, né universale perché il governo  – ogni governo –  è per sua natura e funzione limitato. Il problema italiano nasce proprio qui perché gli Italiani, che per formazione cattolica e comunista sono degli individualisti statalisti, desiderano un governo illimitato al quale vendere l’anima in cambio della salvezza del corpo o dei loro comodi. Così nasce il vero pericolo che è quello, per dirla con Luigi Einaudi, del governo dei padreterni.

Il suffragio  – universale o ristretto non ha importanza –  è un metodo con cui si eleggono dei rappresentanti o, in alcuni casi, dei governanti. Le decisioni dell’esecutivo o della Camera, dei governanti e dei legislatori, si basano sulla volontà individuale  – unica volontà esistente –  e non sulla volontà generale o popolare che non esiste. Le decisioni sono più o meno accurate o informate, provate, valide, sagge, legittime ma sono sempre, da chiunque siano prese, delle scelte ossia delle volontà. Ciò significa che non c’è mai  – mai –  una conoscenza che possa giustificare un governo assoluto perché il governo è scelta.

Ecco perché nel regime della democrazia liberale  – l’unico regime in cui c’è effettiva libertà economica, politica e morale –  il governo è limitato: il governo assoluto, sia competente sia popolare, è una contraddizione in termini.

Sembra incredibile, ma queste considerazioni di filosofia della politica, che ci fanno toccare con mano gli zoccoli duri della storia, sono oggi per noi preziose dal momento che abbiamo a che fare con padreterni che si appellano o alla “volontà popolare” o “al governo dei tecnici” o, addirittura, a entrambi i tipi di governo illiberale. E sono considerazioni ancora più importanti perché in Italia c’è oggi un partito organizzato – il M5S – che non nasconde di essere contrario alla democrazia liberale, al libero mercato, alla società aperta, al pluralismo e, anzi, ritiene che la sua missione politica, come fu in passato per il marxismo, sia proprio quella di superare il liberalismo e, quindi, l’Occidente con forme di statalismo e di ingegneria sociale che hanno alla loro base una cultura totalitaria che, come tutte le forme mitologiche ed ideologiche della politica, iniziano con fare del popolo un idolo e finiscono per trasformarlo in schiavo.

Giancristiano Desiderio, 13 febbraio 2019