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La sfida alle Ong

Migranti, Piantedosi a muso duro: “Passaggio Ong non inoffensivo” – LIVE

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Matteo Piantedosi riferisce alla Camera sui fatti delle Ong, della Ocean Viking finite in Francia e delle scelte che farà il governo per bloccare l’immigrazione clandestina.

Qui sotto il video della diretta.

Qui sotto il testo integrale dell’intervento del ministro Piantedosi.

Signor Presidente, Onorevoli Senatori,

ho accolto con piacere l’invito a riferire in Parlamento sulla gestione dei flussi migratori e, in particolare, sui recenti interventi svolti da assetti navali privati gestiti da Organizzazioni non governative nel Mediterraneo centrale in aree SAR non di competenza italiana.

L’occasione di oggi mi consente di illustrare i fatti, gli atti adottati e le scelte assunte in attuazione di indirizzi in materia di politiche migratorie che il Governo ha ben chiari e che sono stati illustrati dai partiti della coalizione in maniera compiuta anche durante la campagna elettorale. Atti e scelte alla base dei quali vi è una priorità assoluta: la tutela della dignità umana, della dignità della persona.

Governare le migrazioni

Vale la pena di ricordarlo al principio di questo mio intervento affinché il tema della dignità della persona sia la lente attraverso cui si possano mettere a fuoco le decisioni di questo Esecutivo a cui spetta tra gli altri, anche il delicatissimo compito di governare i flussi migratori. L’Italia conosce bene il significato di dignità, non più solo valore fondamentale, ma anche parametro di condotta dei cittadini e per chiunque eserciti un potere pubblico.

E ne conosce bene il significato soprattutto il Governo, questo Governo, che lo intende come dovere delle Istituzioni di assicurare condizioni divita adeguate, appunto “dignitose”, a tutti, a chi è accolto e a chi accoglie. L’attenzione alla dignità e alla sua declinazione non possono infatti fermarsi alle soglie dei centri d’accoglienza: rispetto all’ingresso in Italia, è prioritario valutare dove e come trovino alloggio i richiedenti asilo e se siano praticabili, allo stato, i processi di integrazione presso le comunità locali che li ospitano. Prima di entrare nel merito dell’informativa, sento il dovere di ringraziare tutti coloro – appartenenti alle forze di polizia, alla guardia costiera, personale sanitario, i prefetti, i sindaci, le donne e gli uomini della Croce Rossa e del volontariato – che hanno prestato la loro opera in occasione dei fatti in questione.

Vorrei anche rivolgere un ringraziamento, a nome del Governo e mio personale, a quanti concorrono ogni giorno alla gestione dell’accoglienza e all’enorme sforzo che da anni va conducendo l’Italia per assicurare ai migranti condizioni dignitose di ospitalità in una cornice di legalità. In uno scenario internazionale già saturo di tensioni e conflitti – basti pensare all’aggressione russa all’Ucraina – la forte ripresa dei flussi migratori diretti in Europa attraverso il Mediterraneo risente di cause geopolitiche ed economiche, a partire dai persistenti squilibri strutturali tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo.

Umanità e fermezza

Tale situazione è ulteriormente aggravata dalla debolezza delle istituzioni statali e dalla crisi economica che affliggono alcuni Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente e, in particolare, dalla forte instabilità politica in Libia. Si tratta, come ha affermato il Presidente Meloni nelle dichiarazioni programmatiche del Governo, di una di quelle sfide epocali che non possono essere affrontate dai singoli Stati e sulle quali è arrivato il tempo che l’Unione europea sviluppi una grande politica per le migrazioni. L’azione del Governo è e resterà sempre ispirata ad umanità e fermezza.

Non abbiamo nessuna intenzione di venir meno ai doveri di accoglienza e solidarietà nei confronti di persone in fuga da guerre e persecuzioni. Al contempo, affermiamo con determinazione il principio che in Italia non si entra illegalmente e che la selezione di ingresso in Italia non la faranno i trafficanti di esseri umani. Svilupperò più avanti questi impegni programmatici, ma non c’è dubbio
che il percorso da seguire è quello di governare le migrazioni, anziché subirle.

Le difficoltà nell’accoglienza

Anticipo soltanto adesso che la necessità di governare i flussi migratori e di fermare le partenze illegali trova conferma anche nelle difficoltà sta incontrando il sistema nazionale di accoglienza rispetto all’andamento in crescita dei flussi di ingresso. Sono difficoltà che ben conoscono i prefetti e i sindaci e che mettono a dura prova la sostenibilità dell’intero sistema, con evidenti ricadute in termini di inefficienza dei servizi offerti, di lievitazione dei costi e, non ultimo, di capacità di assicurare un’effettiva integrazione delle persone.

D’altronde, quanto il tema della pianificazione di un’efficace azione di governo dei flussi sia decisivo per consentire un’autentica integrazione, è argomento risalente e condiviso, che spesso ha tuttavia messo a dura prova la coerenza anche di alcune posizioni ideologiche. Basti pensare alle voci ricorrenti di chi, anche da posizioni oggi critiche nei confronti dell’azione del Governo, ha sostenuto in passato la necessità di una razionale regolamentazione degli ingressi per favorire l’occupazione nei settori lavorativi trascurati dagli italiani oppure la posizione di chi sosteneva che aprire i porti fosse da irresponsabili, perché rischiava di indurre a partire migliaia di persone, difficilmente integrabili e che non saremmo stati in grado di accogliere. Affermazione che proveniva anche da chi, se non vado errato, ha definito in questi giorni la nostra posizione “un disastro e una sceneggiata”.

Comprendo che per qualcuno cambiare opinione possa essere anche sempre possibile, ma mi permetto di osservare che temi così delicati vanno affrontati con maggiore coesione tra le istituzioni. Come Ministro dell’Interno, devo poi sempre considerare che la sostenibilità dell’accoglienza si misura anche in termini di impatto sulla sicurezza delle nostre comunità.

I numeri dell’invasione

Intendo preliminarmente osservare che i numeri delle operazioni in mare – per oltre 90.000 ingressi di migranti solo nel 2022 – mostrano un aumento di circa il 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021, incidendo pesantemente sul sistema di accoglienza nazionale già provato dagli arrivi dall’Ucraina (oltre 172.000 persone) che sono accolte in Italia. Nel periodo dal 1 gennaio 2021 al 9 novembre 2022, le ONG, nell’ambito di 91 eventi di sbarco, hanno portato sulle coste italiane 21.046 migranti, di cui 9.956 nel 2021 e 11.090 nel 2022. Secondo i dati FRONTEX, sul totale degli ingressi irregolari nel territorio dell’Unione nel 2022, gli attraversamenti lungo il Canale di Sicilia, rappresentano la rotta principale degli ingressi illegali diretti in Europa via mare. Tali ingressi sono incomparabili ai flussi via terra per oneri, modalità tecnico-operative e complessità degli scenari di intervento.

Allo stato, sono presenti circa 100.000 migranti nei centri di accoglienza nazionale e le Prefetture stanno sempre più segnalando una tendenza alla saturazione dei posti disponibili e criticità nel reperimento di nuove soluzioni alloggiative anche a causa della particolare congiuntura
economica. Un dato che mostra tale tendenza è quello delle gare indette e concluse nel 2022: nell’anno in corso sono state concluse 570 procedure di gara per la contrattualizzazione di oltre 66.000 posti, ma poiché ben 76 gare sono andate deserte, i posti messi a contratto sono stati soltanto poco più di 37.000, pari al 57 per cento del totale programmato. Un altro dato significativo aggiornato e utile per documentare la crescita della pressione migratoria è fornito dalle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.

I dati sull’asilo

Alla data del 10 novembre scorso sono state presentate 69.078 richieste di protezione internazionale, vale a dire ben il 56 per cento in più rispetto al 2021 e sono state emesse 50.048 decisioni, pari a circa il 27 per cento in più rispetto al 2021. Di queste decisioni, il 57 per cento ha avuto come esito un diniego, mentre il 43 per cento si è concluso positivamente con l’attribuzione delle seguenti forme di protezione: il 13 per cento è stato riconosciuto come rifugiato, il 12 per cento ha ottenuto la protezione sussidiaria e il 18 per cento quella speciale. Dal raffronto tra i dati degli arrivi, quelli di presentazione delle domande di asilo e del loro limitato accoglimento, si desume che la maggior parte delle persone che giungono in Italia è spinta da motivazioni di carattere economico e, quindi, non ha titolo a rimanere sul territorio nazionale. Questa rappresentazione mostra plasticamente che la specificità italiana è costituita dagli sbarchi che vedono il nostro Paese nella posizione di gran lunga più sfavorita circa gli ingressi via mare rispetto a qualunque altro Stato europeo. Con ciò rendendo del tutto inconferente qualsiasi comparazione che non ricomprenda gli sbarchi.

Come bloccare gli sbarchi

Sotto il profilo delle attività di contrasto all’immigrazione irregolare, la complessa attività di monitoraggio degli sbarchi di migranti richiede un particolare sforzo operativo attraverso azioni immediate, al momento dello sbarco, e con approfondimenti investigativi coordinati dalle Procure della Repubblica per individuare le reti criminali transnazionali che gestiscono il traffico illecito.
Solo in relazione agli sbarchi delle navi ONG nei porti di Catania e Reggio Calabria oggetto dell’odierna informativa, le locali Autorità provinciali di Pubblica sicurezza hanno dovuto mettere in campo un imponente dispositivo costituito da misure di vigilanza e di sicurezza pubblica, che ha richiesto il concorso di ben 330 unità a Catania e di un’aliquota di 60 uomini dei reparti inquadrati a Reggio Calabria. Un incremento incontrollato dei flussi migratori rischierebbe di porre ancor più sotto stress tale sistema.

Il caso Humanity1

Ma veniamo ora ai fatti di questi giorni. Gli interventi oggetto della presente informativa sono stati condotti dalle navi ONG Humanity 1, Geo Barents, Rise Above e Ocean Viking. È importante sottolineare che la totalità degli interventi è avvenuta in aree SAR non italiane, e precisamente maltese e libica, e che nessuno di essi è stato coordinato dal Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano, né di altri Paesi. Queste le singole vicende delle navi coinvolte.

La nave Humanity 1, battente bandiera tedesca, della ONG SOS Humanity, ha eseguito 3 interventi di recupero nel periodo dal 22 al 24 ottobre scorso, per un totale di 180 migranti in aree SAR libica e maltese.  A partire dal 23 ottobre, la Humanity 1 ha inoltrato alle Autorità italiane, oltre che a quelle maltesi e libiche e, per conoscenza allo Stato di bandiera, alla Germania, numerose richieste di “place of safety” (POS).

Il 24 ottobre, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con una nota verbale indirizzata alla Repubblica federale tedesca, Stato di bandiera, ha sottolineato che gli interventi di recupero dei migranti erano stati svolti dalla nave in piena autonomia e in modo sistematico in aree SAR libica e maltese, senza ricevere indicazioni dalle autorità statali responsabili delle predette aree, informate, al pari dell’Italia, solo a operazioni avvenute. La nota ha, altresì, rilevato che la condotta della nave non era “in linea con lo spirito delle norme europee e italiane in materia di sicurezza e controllo delle frontiere e di contrasto all’immigrazione illegale”, sollecitando pertanto lo Stato di bandiera a compiere ogni azione necessaria per l’individuazione di un POS per i migranti nell’esercizio dei propri poteri sulle navi. Lo stesso giorno, sulla base della predetta nota verbale, ho emanato una direttiva alle Forze di Polizia e al Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, con la quale ho chiesto di informare il Dipartimento della Pubblica Sicurezza sulle possibili evoluzioni della situazione, anche ai fini della valutazione dei presupposti per l’applicazione del divieto di transito e sosta della nave ONG nel mare territoriale italiano, come previsto dalle leggi vigenti.

Il 2 novembre, ho rappresentato al nostro Ministero degli Esteri l’esigenza di mantenere aperte le interlocuzioni con la Germania, al fine di sollecitare l’esercizio della sua giurisdizione sulla stessa nave e acquisire informazioni sulle persone a bordo. In pari data, l’Ambasciata tedesca, negando ogni responsabilità dello Stato di bandiera, ha chiesto al nostro Ministero degli Esteri di fornire un sollecito supporto allo sbarco in un porto italiano delle persone a bordo della nave ONG, invocando il rispetto delle Convenzioni internazionali in materia.

Sempre il 2 novembre, la Farnesina ha inviato un’ulteriore nota verbale all’Ambasciata tedesca chiedendo informazioni sulle persone presenti a bordo – anche con riguardo ai profili di identificazione e a eventuali casi di vulnerabilità -, nonché sulle aree marine in cui la stessa aveva operato e sulle eventuali richieste di protezione internazionale. Nella serata del 4 novembre, a seguito dell’ingresso della Humanity 1 in acque territoriali nazionali, ho adottato, sulla base dell’art. 1, comma 2, del decreto legge n. 130/2020, di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, avendone preventivamente informato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Consiglio dei Ministri, “il divieto di sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. Il provvedimento specificava, altresì, che a tutte le persone rimaste a bordo dell’imbarcazione sarebbe stata comunque assicurata l’assistenza occorrente per uscire dalle acque
territoriali.

Sottolineo che l’adozione del provvedimento appena evocato non ha imposto un divieto di ingresso assoluto, ma ha stabilito un divieto di sosta nelle acque territoriali oltre il tempo necessario a consentire la presa in carico delle situazioni di vulnerabilità a bordo. Il 5 novembre, alla nave Humanity 1, è stato indicato il porto di Catania per le operazioni di soccorso e di assistenza alle persone in precarie condizioni di salute, e, nella serata, il locale ufficio di sanità marittima ha autorizzato lo sbarco di 143 dei 179 migranti a bordo. Il 6 novembre, il comandante della Humanity 1, nonostante gli fosse stato intimato, in ottemperanza al decreto interministeriale, di lasciare il porto di Catania, dichiarava di non volersi allontanare fino a che non fossero sbarcati anche i rimanenti 36 migranti. Dopo tre giorni, l’8 novembre, a seguito di valutazione psichiatrica dell’equipe medica dell’Azienda sanitaria locale, salita a bordo della nave, tutti i migranti sono sbarcati.

Il caso Geo Barents

Quanto alla seconda nave, la Geo Barents, battente bandiera norvegese, della ONG Medici Senza Frontiere, informo che, tra il 27 e il 29 ottobre, la nave ha eseguito 7 interventi nell’area SAR maltese recuperando 572 migranti. Dal 27 ottobre al 5 novembre la nave ha inoltrato alle autorità maltesi e italiane e, per conoscenza, a quelle norvegesi, ripetute richieste di POS. Il 29 ottobre, la Farnesina, con una nota verbale alle Autorità norvegesi, formulava rilievi analoghi a quelli espressi per la nave Humanity 1 con riguardo alle modalità di svolgimento degli interventi e al mancato coordinamento da parte delle Autorità italiane, sollecitando la Norvegia a svolgere ogni azione necessaria per l’individuazione di un POS per i migranti. Il 3 novembre, l’Ambasciata norvegese declinava ogni responsabilità come Stato di bandiera, affermando, di contro, la competenza dello Stato responsabile dell’area SAR, cioè Malta, e in subordine degli Stati costieri limitrofi. Anche in questo caso il nostro Ministero degli Esteri inviava un’ulteriore nota verbale all’Ambasciata norvegese con le medesime richieste formulate alla Germania per la Humanity 1.

A seguito dell’ingresso della nave nelle acque territoriali nazionali, il 5 novembre, ho adottato il provvedimento di divieto nei confronti della Geo Barents analogo a quello della Humanity 1. Il 6 novembre, alla nave è stato comunicato il porto di Catania, quale luogo designato per le operazioni di soccorso e di assistenza e, nella serata, le autorità sanitarie competenti hanno autorizzato lo sbarco di 357 dei 572 migranti a bordo. Il 7 novembre, è stato intimato al Comandante della Geo Barents di lasciare il porto di Catania in ottemperanza al decreto interministeriale. Lo stesso giorno, la nave, con comunicazione telematica indirizzata alle autorità italiane, contestando il provvedimento di divieto, ha segnalato il progressivo deterioramento della situazione a bordo e la sussistenza di condizioni di pericolo per la vita e l’incolumità fisica dei migranti, soggiungendo che tre di essi – immediatamente soccorsi – si erano gettati in mare dal ponte e che altri minacciavano di farlo.

Anche qui dopo tre giorni, l’8 novembre, a seguito di valutazione psichiatrica dell’equipe medica della locale ASL, salita a bordo della nave, tutti i migranti sono sbarcati.

Il caso Rise Above

Una vicenda del tutto diversa riguarda la nave Rise Above, battente bandiera tedesca, della ONG Mission Lifeline, che ha tratto a bordo 95 persone, a seguito di 3 interventi operati il 3 novembre sempre in acque SAR di Malta. A partire dal 3 e fino al 7 novembre, la nave ha inoltrato alle autorità italiane, oltre che maltesi, libiche, tedesche e tunisine, diverse richieste di POS.

Il 7 novembre, data la criticità delle condizioni descritte dal Comando di bordo – con particolare riferimento alla scarsità di viveri e di carburante che avrebbe permesso la navigazione per non oltre 24/48 ore: si trattava effettivamente di un vascello di molto più limitate dimensioni – il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano ha dichiarato lo stato di emergenza a bordo e, pertanto, d’intesa con il Ministero dell’Interno, ha comunicato alla nave di dirigersi verso il porto di Reggio Calabria, dove tutte le persone sono sbarcate il giorno seguente.

Il caso Ocean Viking: la rivelazione

Riferisco volentieri, infine, in merito alla nave Ocean Viking, battente bandiera norvegese, della ONG SOS Mediterranee, che ha operato, dal 22 al 26 ottobre, 6 interventi per un totale di 234 migranti in aree SAR libica e maltese. A partire dal 22 ottobre, la Ocean Viking ha inviato richieste di POS alle autorità italiane, maltesi, libiche, francesi, greche, spagnole e, per conoscenza, alla Norvegia, Stato di bandiera.

Nei confronti della Ocean Viking, è stata adottata, il 24 ottobre, una nota verbale da parte del Ministero degli Esteri con rilievi analoghi a quelli formulati per la Humanity 1 e per la Geo Barents, sollecitando la Norvegia, in quanto Stato di bandiera, a compiere ogni azione necessaria per l’individuazione di un POS per i migranti nell’esercizio dei propri poteri sulle navi.

Lo stesso giorno, sulla base della predetta nota verbale, anche nei confronti della Ocean Viking, ho segnalato, con la stessa, già citata direttiva, alle Forze di Polizia e al Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto la necessità di informare il Dipartimento della Pubblica Sicurezza sulle possibili evoluzioni della situazione, anche ai fini della valutazione dei presupposti per l’applicazione del divieto di transito e sosta nel mare territoriale italiano. Il 2 novembre, ho rappresentato al nostro Ministro degli Esteri l’esigenza di mantenere aperte le interlocuzioni con la Norvegia al fine di sollecitare l’esercizio della sua giurisdizione sulla nave ONG e acquisire informazioni sulle persone a bordo, che, lo dico a margine, ci sono sempre state negate. L’Ambasciata del Regno di Norvegia, il 3 novembre, ha negato qualunque responsabilità in ordine alle attività di search and rescue effettuate al di fuori della propria area SAR.

È, in proposito, appena il caso di evidenziare che l’intervento in questione non era avvenuto neppure in area SAR italiana. Anche nel caso di specie, il nostro Ministero degli Esteri ha inviato un’ulteriore nota verbale all’Ambasciata norvegese chiedendo informazioni sulle persone presenti a bordo della nave, sulle aree marine in cui la stessa ha operato e sulle eventuali manifestazioni da parte delle persone a bordo della richiesta di protezione internazionale. Tuttavia, sulla vicenda della Ocean Viking ci sono dei passaggi che credo meritino di essere sottolineati. Innanzitutto, la Ocean Viking non è mai entrata in acque territoriali italiane. Di conseguenza, e lo sottolineo, alla nave in questione le autorità italiane non hanno mai notificato alcun provvedimento di divieto, al contrario di quanto avvenuto per la Humanity 1 e la Geo Barents. Inoltre, nel primo pomeriggio dell’8 novembre i sistemi di rilevazione della posizione indicavano che la Ocean Viking, dopo aver sostato per diversi giorni davanti alle coste della Sicilia sud-orientale, aveva iniziato la navigazione in direzione ovest di sua spontanea volontà e senza fornire alcuna comunicazione né alle autorità italiane né a Malta, Paese assegnatario dell’area SAR e molto più vicino dell’Italia ai luoghi degli interventi.

La decisione della Ocean Viking di allontanarsi dalle coste italiane risulta essere stata presa dopo – come coincidenza temporale- che i media avevano già diffuso la notizia che le persone soccorse a bordo delle altre navi ONG erano tutte sbarcate. I fatti, quindi, evidenziano come la Ocean Viking si sia diretta autonomamente verso le coste francesi. Una decisione, questa, non solo mai auspicata dall’Italia, ma che ha di fatto creato attriti sul piano internazionale – anch’essi assolutamente non voluti dal Governo – con il rischio di produrre ripercussioni sulle politiche migratorie a livello europeo.

L’Italia non è per forza il porto di sbarco

È un dato certo che le Convenzioni internazionali vigenti non stabiliscono a priori quale debba essere il POS, né che esso debba coincidere, come talvolta si dice frettolosamente, con il porto più vicino e, conseguentemente, che l’Italia debba farsi carico di tutti i migranti che vengono portati nelle nostre acque territoriali da assetti navali privati, perfettamente funzionanti, ben attrezzati e, quindi, senza problemi sotto il profilo della sicurezza della navigazione. Segnalo che, allo stato, la gran parte delle navi ONG che operano in quel quadrante del Mediterraneo presenta caratteristiche simili di struttura.

Ora, sebbene sia indubitabile che l’operazione di salvataggio si concluda solo quando l’incolumità dei naufraghi non è più in pericolo e le loro esigenze di base sono soddisfatte e che la normativa internazionale non individui la nave intervenuta di per sé come un “luogo sicuro”, le “Linee guida” dell’IMO, organizzazione internazionale marittima onusiana, affermano che le navi “possano essere considerate Luoghi Sicuri Temporanei qualora esse siano in grado di ospitare in sicurezza i sopravvissuti”.

Lo sottolineo non solo perché molte delle navi ONG presentano le caratteristiche appena richiamate, ma soprattutto perché viene in questione, in base alla Convenzione UNCLOS e alla Convenzione europea sui diritti dell’uomo, la responsabilità degli Stati di bandiera, sia ai fini della tutela dei diritti fondamentali delle persone salvate, sia ai fini dell’individuazione di un appropriato POS. Sono queste le basi giuridiche delle interlocuzioni avvenute con le autorità tedesche e norvegesi, tenute a esercitare le proprie responsabilità di coordinamento delle operazioni SAR svolte da navi battenti la propria bandiera, impartendo loro le istruzioni necessarie. Gli Stati di bandiera, quindi, avrebbero dovuto operare in stretto raccordo coi comandanti delle navi ONG, effettuando tutte le valutazioni preliminari della situazione esistente sulle navi e azionando, solo all’esito delle stesse e in mancanza di altre soluzioni, i meccanismi della cooperazione internazionale.

Pertanto, nelle circostanze che hanno visto protagoniste le navi ONG in questione, l’individuazione del POS avrebbe dovuto essere effettuata, in prima battuta, dallo Stato competente per l’area SAR in cui sono avvenuti gli eventi, quindi Malta e Libia, in cooperazione con lo Stato di bandiera delle navi ovvero, in assenza del coordinamento quantomeno da parte di Malta, dallo Stato di bandiera in cooperazione con gli Stati costieri limitrofi.

Conseguentemente, la richiesta di un POS in territorio italiano avrebbe dovuto essere inviata alle autorità italiane dallo Stato di bandiera delle navi ONG, e non da queste ultime, come è invece avvenuto. Ebbene, nonostante ciò, l’Italia ha adottato una linea di azione ispirata a criteri di salvaguardia della vita umana, intervenendo anche in situazioni che andavano molto al di là dei suoi obblighi di diritto del mare ed europeo.

Ong fattore di attrazione

E qui assume rilievo la questione del comportamento delle navi delle ONG.

A proposito delle quali vale osservare che, proprio perché intervengono in contesti difficili, esse devono coordinarsi con le autorità competenti, scambiando flussi informativi tempestivi e completi. È evidente che se le ONG agiscono sistematicamente in modo autonomo, diminuisce la capacità dello Stato di area SAR di dirigere e condurre a buon fine le operazioni di salvataggio. Se poi, come avvenuto nei casi di specie, le navi ONG si dirigono verso i porti di uno Stato diverso da quello responsabile del coordinamento nell’area SAR senza osservare le procedure previste e in violazione delle leggi nazionali dello Stato costiero in materia di immigrazione, è legittimo considerare il transito di tali navi quale “passaggio non inoffensivo”, ai sensi dell’art. 19 della Convenzione UNCLOS, molto spesso invocato.

Vengo ora ad alcune, ulteriori considerazioni che attengono al ruolo delle imbarcazioni delle ONG nelle dinamiche dei flussi di immigrazione irregolare nel Mediterraneo centrale. Sulla base delle più recenti analisi degli scenari di rischio periodicamente elaborate da Frontex, emerge che la presenza di assetti navali delle ONG, in prossimità delle coste libiche, continua a rappresentare un fattore di attrazione.

Il cosiddetto “pull factor”, secondo Frontex, va riferito sia ai migranti che si sentono rassicurati dalla presenza in mare di tali assetti sia alle organizzazioni criminali dedite al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, le quali plasmano il loro modus operandi in rapporto alla presenza di assetti ONG nell’area. E questa constatazione prescinde dalle intenzioni umanitarie che muovono le ONG.

Su un piano più generale, l’Italia ha sempre sottolineato la necessità che gli arrivi di migranti conseguenti ad interventi di recupero in mare non possano pesare sui soli Paesi che rappresentano la frontiera esterna dell’Europa e che geograficamente sono i più esposti ai flussi. Queste considerazioni valgono ancor più nel caso in cui gli interventi conseguano a operazioni non coordinate dagli Stati e condotte da navi facenti capo ad ONG e spesso in acque SAR non italiane, come avvenuto nei casi oggetto dell’odierna informativa. Per questo abbiamo sostenuto, e sosterremo, l’esigenza di un maggior coinvolgimento dello Stato di bandiera dell’imbarcazione nel garantire che i propri comandanti rispettino le norme di diritto del mare e che assumano la responsabilità della gestione dei migranti.

Non può essere un soggetto privato a scegliere, in modo più o meno preordinato, il Paese dove sbarcare i migranti, determinando con ciò stesso l’applicazione delle regole di Dublino sugli Stati di primo ingresso. Aggiungo che gli stessi Stati che esortano l’Italia ad accollarsi gli oneri dell’accoglienza, sono tra i fautori più intransigenti, in sede europea, del contrasto ai movimenti secondari e tra i principali oppositori al mutamento del regime di asilo di Dublino. Come se fosse possibile bloccare i cosiddetti “movimenti secondari” e trascurare del tutto quelli primari che ne sono alla base e come se la solidarietà intra-europea fosse dovuta rispetto ai “movimenti secondari” e facoltativa per quelli primari. Lo scorso 12 novembre, con la Dichiarazione congiunta dei Ministri dell’interno di Italia, Malta e Cipro e del Ministro della migrazione e dell’asilo della Grecia abbiamo convenuto sulla necessità e urgenza di una discussione seria su come coordinare meglio gli interventi nel Mediterraneo, garantendo che tutte le navi ONG rispettino le convenzioni internazionali e le altre norme applicabili, e che tutti gli Stati di bandiera si assumano le loro responsabilità in conformità alle stesse.

Le mosse del governo

Quanto alle ulteriori iniziative intraprese sul piano politico a livello internazionale dal Governo, esse segnano sicuramente una discontinuità rispetto al recente passato. Nei prossimi mesi entreranno nel vivo i negoziati su alcune delle principali proposte normative previste nel pacchetto di iniziative unionali noto come Patto europeo su migrazione ed asilo, ma tale insieme di strumenti al momento non è soddisfacente. La già ricordata Dichiarazione congiunta dei 4 Stati membri più esposti ai flussi via mare, in linea con le finalità del Patto europeo, ha sostenuto la necessità di sviluppare una nuova politica europea in materia di migrazione e di asilo, realmente ispirata ai principi di solidarietà e responsabilità, e che sia equamente condivisa tra tutti gli Stati membri. Come Ministri dell’Interno abbiamo richiamato l’approvazione, lo scorso giugno, di una Dichiarazione Politica che istituisce un meccanismo di relocation temporaneo e volontario, nonostante i Paesi MED 5 (Italia, Grecia, Cipro, Malta e Spagna) sostenessero uno schema di relocation obbligatoria.

Il fallimento dei ricollocamenti

Come è noto, questa forma volontaristica di ricollocazione non riesce a decollare sia perché il numero di impegni di relocation assunti dagli Stati membri partecipanti rappresenta solamente una frazione molto esigua del numero effettivo di arrivi irregolari in Italia nel corso di quest’anno, sia perché il numero di trasferimenti finora effettuati è decisamente molto basso. Ad oggi, infatti, a fronte di una disponibilità manifestata da tredici Stati europei per oltre 8.000 ricollocamenti, sono state effettivamente trasferite dall’Italia solo 117 persone, di cui 74 in Germania, 38 in Francia, e 5 in Lussemburgo. Aggiungo che l’attuale meccanismo di ricollocazione, per come è strutturato, finisce per selezionare soltanto i potenziali aventi diritto alla protezione internazionale, lasciando, quindi, ai Paesi di primo ingresso, cioè l’Italia, tutti coloro che migrano per ragioni economiche. Segnalo che tale sistema non è la prima esperienza di redistribuzione di migranti che ha mancato gli obiettivi: anche con il famoso Accordo di Malta i trasferimenti effettuati sono stati circa 1000 in un arco temporale di quasi 4 anni. Si tratta, come è evidente, di risultati del tutto insoddisfacenti e che ci rafforzano nella convinzione di dover superare le criticità registrate, attraverso un sensibile miglioramento del Patto europeo, lavorando insieme per politiche europee realmente efficaci.

In questa prospettiva, nel solco dei recenti contatti con i Paesi Med 5, ho condiviso l’intenzione di presentare un Piano volto a rilanciare l’impegno europeo in favore dei principali Paesi terzi di origine e transito dei flussi migratori. L’Italia è favorevole ad un Piano complessivo di sostegno allo sviluppo del Nord Africa, che coniughi le misure per la crescita con quelle per la sicurezza e il contrasto al traffico di esseri umani e che, soprattutto, sia “condizionato” ad una maggiore collaborazione per la prevenzione delle partenze e per l’attuazione dei rimpatri. Come efficacemente indicato dal Presidente del Consiglio, serve un “Piano Mattei” per l’Africa, cioè programmi d’investimento di ampio respiro verso i Paesi destinatari che hanno dinamiche demografiche esplosive e che devono essere coinvolti nella gestione delle risorse messe a disposizione affinché si realizzino processi di crescita duraturi e sostenibili.

Sostenere gli ingressi legali

È questa una scelta strategica per il futuro delle istituzioni e dei cittadini europei, ma anche per assicurare la realizzazione delle speranze delle giovani generazioni africane. Sempre in coerenza con gli impegni programmatici del Governo, stiamo affrontando il tema della migrazione legale, sia per proseguire e incrementare le diverse iniziative di corridoi d’ingresso umanitario in Italia di persone vulnerabili, sia per verificare possibili strategie per utilizzare percorsi di migrazione legale come leva nei confronti dei Paesi terzi di origine e transito dei flussi. In una prospettiva globale di approccio ai temi migratori si inserisce infatti lo strumento collaudato dei corridoi umanitari che – ci tengo a evidenziarlo – assicura un percorso di accoglienza capace di coniugare sicurezza, tutela dell’incolumità delle persone e legalità, essendo imperniato su una logica diametralmente antitetica a quella del traffico dei migranti. Nella stessa direzione, in recenti contatti con i Paesi del cosiddetto gruppo Med 5, ho anticipato l’idea di un possibile intervento normativo nazionale per creare percorsi di ingresso legale in favore di quei Paesi terzi che garantiscano concretamente la loro collaborazione nella prevenzione delle partenze e soprattutto nell’attuazione dei rimpatri. Si tratta di un’iniziativa – da portare avanti d’intesa anche con i Ministeri del Lavoro e degli Esteri – che mira a rivedere gli attuali meccanismi previsti dal testo unico per l’immigrazione, a partire da quelli applicati per i decreti flussi, inserendo uno strumento premiale per i Paesi più impegnati nella lotta all’immigrazione illegale con l’obiettivo di contrastare il traffico dei migranti e, al contempo, rafforzare i canali di ingresso legale.

Più migranti, più morti

Queste sono le linee di azione del Governo per invertire una rotta che per anni non ha tenuto adeguatamente in conto l’interesse nazionale. È, infatti, indispensabile che la gestione dei flussi non sia abbandonata allo spontaneismo, né tantomeno alle organizzazioni criminali dei trafficanti di esseri umani. Abdicare al controllo delle frontiere equivale a favorire le reti criminali e a mettere a repentaglio l’incolumità dei migranti e la sicurezza dei cittadini dei Paesi di destinazione dei flussi. È bene sottolinearlo: non ci resta altro tempo per dare una risposta seria e decisa alla necessità di ricondurre il fenomeno migratorio ad una rigorosa cornice di legalità. A testimoniarlo non ci sono soltanto i morti in mare, ma anche chi, sopravvissuto, si ritrova schiavo, costretto a vivere nei ghetti, vittima di tratta o anche, nella migliore delle ipotesi, di sedicenti cooperative che impiegano manodopera senza alcuna tutela. L’Italia continuerà, come ha sempre fatto, a rispettare i suoi impegni internazionali e pretenderà, a buon diritto, che gli altri Stati facciano lo stesso.

Basta ipocrisia: l’accoglienza ha un limite

L’Italia non è mai venuta meno, e certo non lo farà con questo Governo, alle sue tradizioni di solidarietà e accoglienza. Bisogna però riconoscere senza ipocrisia che l’accoglienza ha un limite invalicabile nella capacità dello Stato di ingresso di assicurare percorsi di integrazione concreti ed efficaci e in questo senso il controllo dei flussimigratori è condizione indispensabile per coniugare sicurezza, legalità e coesione sociale. In sostanza, dunque, il nostro approccio a questi temi, fondamentali per la convivenza civile e la sicurezza dei cittadini, sarà basato su pragmatismo e concretezza, nella continua ricerca di un dialogo costruttivo e di una piena collaborazione, sia in ambito bilaterale che europeo, come autorevolmente affermato dal nostro Presidente della Repubblica.

Non smetteremo di costruire condizioni e strumenti, sul piano interno, europeo e internazionale, affinché accanto al diritto di emigrare sia assicurata a ogni persona la libertà di restare nel proprio Paese ovvero la possibilità di condurre una vita sicura e dignitosa nella propria terra. Il Governo perseguirà questa linea con determinazione e coraggio e sono sicuro che l’Unione europea saprà essere all’altezza delle sue radici di civiltà, dei suoi valori unificanti e delle sfide globali che abbiamo di fronte, mettendo in campo una grande politica comune per le migrazioni.

Matteo Piantedosi, 16 novembre 2022