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Parliamo dell’elefante

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Parliamo dell’elefante, diceva Longanesi. D’accordo sì, parliamone. Perché il nostro vero, unico grande problema è la dimensione dell’elefante: lo Stato. Tutte le nostre forze dovrebbero essere impegnate, fino a toglierci il sonno, a capire come far dimagrire il pachiderma che ci schiaccia. Invece, non solo i partiti politici della maggioranza sono statalisti e credono che solo l’elefante sia la soluzione dei nostri problemi nazionali ed economici, ma anche i partiti dell’opposizione sono statalisti e, scambiando la cura con la malattia, propongono d’ingrassare ancor più l’animale e di introdurre la sua proboscide socialista in ogni settore della vita civile.

Dove si prendono le risorse per alimentare l’insaziabile bestia? Dalle tasse, poi dalla tasse, e poi ancora dalla tasse. Così più il pachiderma mangia, più le nostre tasche si svuotano. Avremmo bisogno come il pane e più del pane dell’Antistatalismo che, invece, non ha né rappresentanza né rappresentazione.

Il pregiudizio statalista gode di un tale favore che anche i gruppi moderati, ad esempio Forza Italia, non resistono alla tentazione di individuare nello Stato-elefante la soluzione dei problemi, mentre è proprio lì che le soluzioni diventano problemi. E così la prima sconfitta si ha non sul piano politico ma su quello culturale che è la radice della sconfitta pratica.

Tuttavia, la forza dell’elefantiasi statalista non risiede solo nella eccessiva tassazione, bensì nella creazione di un’illusione secondo la quale solo e soltanto lo Stato sarebbe in grado di dare concreta risposta all’economia, alla disoccupazione, alla povertà, alla cultura, ai trasporti, alla scuola, ai servizi e perfino al clima. E che si tratti di un’illusione è evidente perché, nonostante lo Stato si muova con l’agilità di un elefante, l’economia ristagna, la disoccupazione avanza, la povertà non è abolita, la cultura è incolta, i trasporti sono bloccati come una Tav, la scuola è bocciata, i servizi sono inservibili e il clima prende tutti per il culo. Allora, perché ci si illude? Perché è un alibi.

Infatti, l’idea che solo lo Stato dia risposte giuste, vere ed efficaci non è un’esclusiva dei partiti politici e nasce, invece, dal concorso tra forze politiche organizzate e gli stessi elettori che per loro comodo individuano nello Stato la soluzione dei problemi. Tutti i partiti politici italiani così altro non sono che delle “macchine da guerra” – celebre definizione di Occhetto – che hanno lo scopo di conquistare il Palazzo d’Inverno per poi usarlo secondo i desiderata dei loro tesserati, iscritti, elettori.

Insomma, i partiti politici in quanto hanno l’obiettivo di conquistare lo Stato-potere per poi piegarlo ai loro bisogni sono forze leniniste. Però, gli statalisti, i leninisti, i partiti politici a vocazione totalitaria, una volta entrati in quella che Nenni chiamò la “stanza dei bottoni” cercano i bottoni ma non li trovano (proprio come capitò a Nenni). Perché? Perché lo Stato  – i bottoni –  non esiste o almeno non esiste come lo immaginano gli statalisti: una specie di azione magica capace di risolvere tutto.

A quel punto, però, è troppo tardi per tornare indietro e, del resto, gli elettori non vogliono sentirsi dire che lo Stato non può nulla e così non resta altro da fare che continuare a credere nell’illusione e alimentare lo Stato-elefante che come risolutore è inesistente, mentre è realissimo come generatore e monopolizzatore di problemi. Fino a quando un bambino, come nella favola di Andersen, non dirà e indicherà ciò che tutti fingono di non vedere: “Il re è nudo”.

Giancristiano Desiderio, 7 marzo 2019