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Perché alla sinistra serve alimentare l’odio

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Sulla commissione Segre ne abbiamo dette tante. È un pretesto per screditare i sovranisti. Una trappola per la libertà d’espressione. Una strumentalizzazione della senatrice a vita. Aggiungo un tassello: sono le commissioni sull’odio ad alimentare l’odio, perché è l’odio che tiene in vita la sinistra postcomunista.

No, non sto per dirvi, come Silvio Berlusconi, che l’amore trionfa sempre. Il ragionamento è più articolato.

Tutti notano che, caduto, il Muro di Berlino, la sinistra si è imborghesita, è diventata alleata del grande capitale, ha abbandonato le classi lavoratrici. Vero. Ma il punto fondamentale è che ha perso una filosofia della storia. Un’idea capace di fornire alle persone un orizzonte di senso. E per riempire quel vuoto, ha abbracciato la causa dei cosiddetti «movimenti sociali»: gruppi Lgbt, femministe, minoranze razziali. Oggi è questo il leitmotiv della sinistra: la società va ridisegnata. Generi ed etnie sono un’imposizione del potere costituito. Gli oppressi vanno liberati. La giustizia, come ha osservato nel suo ultimo libro Francis Fukuyama, deve trasformarsi nel riconoscimento dei diritti di una costellazione di gruppi di minoranza. È la «politica delle identità», il mantra di una sinistra schizofrenica che da un lato sposa il globalismo, ma dall’altro rivendica le micro appartenenze. Una sinistra che considera queste stesse identità completamente fluide, però pretende un’adesione settaria a esse.

Ora, è vero che dopo la scomparsa del comunismo, loro avversario storico, le democrazie liberali hanno ridotto la politica a un susseguirsi di soluzioni tecnocratiche che, in sostanza, erano variazioni sull’identico tema. È per questo che spesso i partiti di centrodestra e di centrosinistra ci sono sembrati così simili tra loro. Il problema è che l’alternativa proposta dalla sinistra radicale, per sua natura, si deve fondare sull’odio, sulla tensione, sulla minaccia permanente della guerra civile.

Due libri recenti lo spiegano molto bene. Leggete The Madness of Crowds di Douglas Murray. Ribadisce che la forza della politica delle identità è che offre, appunto, un orizzonte di senso. Il guaio è che per mobilitare le «minoranze oppresse», i gay, i trans, i neri (gli ebrei non è detto, ché non a tutti piace Israele…), essa deve puntare sulla radicalizzazione. Deve esacerbare il conflitto. Deve, appunto, nutrire l’odio. È successo in tempi straordinariamente brevi nel mondo anglosassone. Guardate la rassegna di episodi di intolleranza nei campus universitari americani, riportata dal libro The Coddling of the American Mind, di Greg Lukianoff e Jonathan Haidt. Decine di piccole rivoluzioni negli atenei Usa, nei quali è stato impedito di parlare, anche con la violenza, a chiunque non si adeguasse al verbo gender o razzialmente corretto, pure se si trattava di intellettuali progressisti. Pian piano la mania d’Oltreoceano di creare dei mostri – il maschio prevaricatore, la star sessista, il conferenziere razzista – sta approdando in Italia. È capitato a Fausto Biloslavo del Giornale, contestato dai collettivi perché aveva osato andare a parlare all’Università di Trento.

E così veniamo alla commissione Segre. Lo strumento perfetto per rimpolpare la tensione sociale. Il gioco è subdolo: più si militarizzano i seguaci della politica delle identità, additando i razzisti, i suprematisti, gli odiatori, i «troll» da social network, nei confronti dei quali invocare misure repressive, più si radicalizzano, di riflesso, quei «deplorevoli», per usare un aggettivo di Hillary Clinton. Il processo si alimenta da solo: i reietti «populisti» s’arrabbiano ancora di più, insultano ancora di più, giustificando altra psicopolizia, altre commissioni, altre leggi in difesa delle minoranze minacciate…