Politico Quotidiano

Campo largo, 10 tavoli e solo litigi: immaginate questi al governo

Dalla patrimoniale all'Ucraina, passando per la giustizia: Schlein, Conte e soci sono divisi su tutto. Ma il centrodestra farebbe male a sottovalutarli

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Dieci tavoli per scrivere un programma di governo. E, visto che non bastano, un altro tavolo per mettere insieme i risultati e uno ancora più in alto per risolvere le questioni sulle quali gli alleati continuano a pensarla in maniera diametralmente opposta. Il campo largo ha finalmente cominciato a lavorare all’alternativa a Giorgia Meloni. Per il momento, l’unica cosa su cui sembrano tutti d’accordo è la necessità di riunirsi ancora. Un inizio che si presta all’ironia, certo. Ma dietro la moltiplicazione delle riunioni si nasconde una questione molto più seria: cosa accadrebbe se una coalizione attraversata da divisioni tanto profonde si ritrovasse davvero a governare l’Italia?

Il primo incontro, rigorosamente in videoconferenza, ha riunito dodici rappresentanti delle forze d’opposizione, con l’esclusione di Azione. Quasi due ore di confronto, un clima definito “positivo e di piena collaborazione” e una decisione: istituire dieci sottotavoli tematici, dalla politica estera all’economia, dall’ambiente all’industria, passando per il welfare e i giovani. Ogni gruppo dovrà elaborare le proprie proposte, da consegnare successivamente al tavolo dei capigruppo. L’obiettivo è arrivare entro novembre alle basi di un progetto di governo. Tutto molto ordinato, almeno sulla carta. Peccato che i problemi veri comincino proprio dove finiscono le questioni organizzative.

Prendiamo la patrimoniale. Alleanza Verdi e Sinistra vorrebbe introdurre un’imposta sulle grandi ricchezze, il Movimento 5 Stelle non ne vuole sapere, così come Italia Viva, mentre il Partito democratico ha manifestato un’apertura. Quattro sensibilità diverse su una questione tutt’altro che marginale. E non va meglio quando si parla di politica estera. Il sostegno militare all’Ucraina resta uno dei principali terreni di scontro, tanto da richiedere un confronto direttamente tra i leader. Una divergenza che oggi può essere gestita con qualche dichiarazione diplomatica, ma che domani, davanti a una decisione del Consiglio dei ministri, diventerebbe inevitabilmente un problema politico.

Poi c’è la giustizia, altro capitolo esplosivo. Nella stessa coalizione dovrebbero convivere anime giustizialiste e garantiste, con impostazioni difficili da conciliare su alcuni dei dossier più delicati. E stiamo parlando soltanto delle questioni sulle quali le divisioni sono già emerse. Perché il confronto dovrà affrontare anche le politiche industriali, il fisco, l’energia e le priorità di bilancio. Non esattamente dettagli da sistemare con un comunicato congiunto.

Il paradosso è cristallino. Il campo largo ambisce a presentarsi come alternativa di governo, ma deve ancora dimostrare di poter diventare un’alleanza politica con una linea riconoscibile. Sul salario minimo e su alcune misure sociali esistono già convergenze, come dimostrano le proposte parlamentari condivise. Ma un programma di governo non può essere soltanto la somma dei punti sui quali tutti sono d’accordo. Significa soprattutto decidere che cosa fare quando le posizioni divergono. E assumersi la responsabilità delle scelte, anche quando qualcuno degli alleati rischia di scontentare il proprio elettorato.

Senza dimenticare il capitolo della leadership, prudentemente rinviato a dopo la definizione del programma. Prima bisognerà trovare la quadra tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Matteo Renzi e gli altri protagonisti della coalizione. Poi arriverà la discussione sulle primarie e sulle regole per individuare il candidato premier. Un’altra partita potenzialmente delicata, che per il momento si preferisce non aprire. La domanda, allora, è inevitabile: come potrebbe funzionare un esecutivo costretto a trovare ogni volta una mediazione tra posizioni tanto distanti? Il rischio sarebbe quello di trasformare Palazzo Chigi in una conferenza permanente, dove ogni decisione sulla sicurezza, sulla politica estera o sull’economia debba passare attraverso estenuanti trattative tra partiti. Un conto è trovare un compromesso per presentarsi insieme alle elezioni, un altro è garantire una linea politica coerente per cinque anni.

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Attenzione, però, a liquidare tutto con una risata. Le contraddizioni del campo largo sono evidenti, ma sarebbe un errore considerare la frammentazione un ostacolo insuperabile alla costruzione di un’alleanza. Le convergenze parlamentari esistono e il lavoro sui tavoli potrebbe produrre ulteriori intese. Il centrodestra, dunque, farebbe male a confondere le difficoltà degli avversari con la certezza che non possano trovare una sintesi. Le divisioni meritano di essere analizzate, non sottovalutate.

Resta il dato politico. La sinistra ha deciso di cominciare da dieci tavoli, rinviando ai leader le questioni sulle quali l’accordo appare più complicato. Una soluzione comprensibile nella fase delle trattative, ma che solleva interrogativi sulla tenuta di un eventuale esecutivo. Perché alle opposizioni è concesso discutere per settimane. A chi governa, prima o poi, viene chiesto di decidere.

Massimo Balsamo, 8 novembre 2026

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