Politico Quotidiano

Campo largo, disastro Schlein: Renzi fa saltare il tavolo

La segretaria del Pd riunisce Conte, Fratoianni e Bonelli, ma lascia fuori Renzi & Co. Tra veti, invitati sgraditi e programmi inesistenti, l’alternativa alla Meloni finisce prima del dessert

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La sinistra italiana ha finalmente trovato il suo programma comune: il menù del giorno. Il campo largo, dopo mesi trascorsi a discutere di alleanze, veti, federatori e aspiranti federati, si è materializzato attorno a un tavolo dell’Hostaria Costanza. Presenti Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Quattro leader, almeno sulla carta. Una coalizione, forse. Una fotografia, sicuramente.

La scena, raccontata dal Foglio, sembra la riunione di un consiglio d’amministrazione al quale nessuno ha portato il bilancio. Mancano Renzi, Magi, Della Vedova e tutti quei riformisti che potrebbero servire per vincere le elezioni, ma diventano improvvisamente indigesti quando bisogna scegliere i commensali. Il campo largo, insomma, è già diventato un tavolo stretto.

Al centro dell’operazione c’è Elly Schlein, sempre più prigioniera del ruolo che dovrebbe esercitare. Una segretaria che convoca, telefona, informa, promette altri incontri e magari un pranzo riparatore. Tutto, tranne decidere quale sia la linea politica del principale partito d’opposizione. È questo il punto: la Schlein sembra ormai una leader per sottrazione. Non sceglie gli alleati, cerca di non scontentarli. Non guida la coalizione, ne redige la lista d’attesa. Non risolve i conflitti, li rimanda alla prossima portata.

Matteo Renzi si gode lo spettacolo da escluso eccellente. E centra il solito obiettivo: non è presente nella fotografia, ma è comunque l’uomo di cui parlano tutti. Il suo messaggio è piuttosto semplice: “Senza i riformisti non si vince. È matematica prima che politica. Se qualcuno vuol fare come nel 2022 o come in Liguria, con i veti, e mandare la destra a Chigi o al Quirinale, lo spiegherà agli italiani”. I numeri non mentono: se una coalizione vuole battere il centrodestra, deve allargarsi verso il centro. Se invece preferisce trasformarsi in un’assemblea permanente della sinistra movimentista, può certamente farlo. Basta poi evitare di presentare il conto agli elettori.

Bonelli descrive involontariamente il capolavoro organizzativo: “Ma chi dovevamo invitare? Se c’era Renzi, si infastidiva Onorato, se c’era Onorato si irritava Ruffini, ma se c’era Ruffini ci rimaneva male Enzo Maraio, perché voi lo dimenticate ma c’è anche Maraio, del Psi. Il centro deve fare sintesi e presto”. Magnifico. Il centro deve fare sintesi perché la sinistra non riesce nemmeno a fare la lista degli invitati. La futura alleanza di governo dipende dunque da un delicato equilibrio tra suscettibilità personali, antipatie sedimentate e intolleranze politiche. Altro che legge elettorale: qui serve un maître.

E mentre Schlein appare sempre più in difficoltà, Conte occupa lo spazio disponibile con la naturalezza di chi ha già cambiato maggioranza, alleati e identità politica senza mai perdere l’aplomb dell’avvocato. La grande novità uscita dal vertice sarebbe questa: “Faremo due tappe in due città, sud e nord, per parlare del programma”. Due città. Una al nord e una al sud. Il centro, evidentemente, è stato escluso anche dalla geografia. Quanto al programma, per ora rimane un oggetto misterioso. Come sempre. Riccardo Magi pone una questione appena più sostanziosa del primo piatto: “Non essere invitato al pranzo non mi ferisce, io voglio sapere cosa vuole fare la coalizione sull’Europa, sull’Ucraina. Senza scorciatoie. Questi sono i veri temi su cui dobbiamo parlare e trovarci”.

Domanda ragionevole, dunque pericolosissima. Perché sull’Ucraina, sull’Europa, sulla politica estera e persino sul rapporto con l’Occidente le distanze tra i partecipanti al banchetto sono tutt’altro che decorative. Finché si parla di battere Giorgia Meloni, sono tutti d’accordo. Quando occorre spiegare che cosa fare il giorno dopo, comincia la digestione difficile. Schlein avrebbe persino avvertito Magi dell’incontro senza invitarlo. Lui racconta: “Ho ricevuto una chiamata e mi informava del pranzo”. Una cortesia istituzionale quasi commovente: non puoi sederti al tavolo, ma almeno sai dove stanno mangiando.

Italia viva, dal canto suo, prova a presentarsi come la seconda gamba dell’alleanza. Davide Faraone spiega: “Il problema non è che si siano visti senza di noi. L’importante è che ci sia la consapevolezza comune che si vince uniti. A noi tocca costruire una forte e credibile seconda gamba riformista”. Il problema è che la prima gamba sembra già impegnata a fare lo sgambetto alla seconda. E la Schlein, anziché arbitrare la partita, osserva il fallo e propone una manifestazione.

Del resto il centrosinistra sembra intenzionato a giocarsi tutto sulle alchimie. Bonelli ammette: “Ragazzi, così non funziona. Renzi è convinto di rappresentare tutti, ma gli altri non vogliono farsi rappresentare da Renzi. Capite la difficoltà?”. La capiamo benissimo. La difficoltà è che ciascuno vuole rappresentare la coalizione, ma nessuno vuole essere rappresentato dagli altri. Conte guarda a Schlein, Schlein rincorre Conte, i riformisti guardano il centro, Fratoianni e Bonelli sorvegliano i riformisti. E gli elettori, nel frattempo, guardano altrove.

Il pranzo doveva mostrare che l’alternativa alla destra esiste. Ha dimostrato, per ora, soltanto che quattro persone possono sedersi allo stesso tavolo senza costruire una coalizione. Elly Schlein avrebbe dovuto essere la padrona di casa politica. È apparsa invece come chi controlla le prenotazioni, sperando che nessuno chieda chi abbia scelto il menù. Il campo largo rimane dunque un’idea affascinante: così largo che i suoi protagonisti continuano a perdersi dentro. E mentre discutono di chi invitare al prossimo pranzo, Palazzo Chigi può serenamente ordinare il dessert.

Massimo Balsamo, 18 giugno 2026

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