“Una volta che hai detto che ti va bene anche piazzarti al secondo posto, è proprio quello che ti capita”. Non so se il generale Vannacci conosca questa massima di John Fitzgerald Kennedy ma sono convinto che il concetto sia la molla che lo ha spinto a fare ciò che ha fatto: uscire dalla Lega che lo aveva traghettato dall’esercito alla politica e mettersi in proprio per soddisfare la propria ambizione e il proprio ego.
Vannacci lo sapeva dal primo minuto che sarebbe finita così, del resto un generale non ammette di essere un subordinato. Vannacci ha idee che piacciono a non pochi italiani, questo è vero. Ma non ha mai spiegato come sia possibile metterle in pratica senza ridurre l’Italia a una ridicola e patetica comparsa sullo scenario internazionale, cosa che avrebbe drammatiche conseguenze su piano nazionale.
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Le sue parole d’ordine più che a quelle di Gianfranco Fini, al quale in queste ore viene con un eccesso di generosità paragonato, mi ricordano i vaffa di Beppee Grillo: ”uno vale uno”, “apriremo il parlamento come una scatoletta di sardine”, in altre parole mi ricordano cazzate, come il fatto che lui si paragoni a Charles De Gaulle, il generale che nel secolo scorso salvò e cambiò la Francia. Non mi accodo al biasimo per le sue posizione estreme in molti campi, ci passerei volentieri una serata ma non gli affiderei il mio futuro, futuro che ha bisogno di soluzioni a problemi complicati che richiedono competenze e lucidità, non di denunce da bar sport.
Temo che, danneggiando il centrodestra di governo, farà la parte dell’utile idiota della sinistra, che guarda caso, da ventiquattro ore lo ha elevato da puzzone a statista. Peccato, compagno generale.
Alessandro Sallusti, 5 febbraio 2026
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