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E se fosse una botta di fortuna?

Le invettive di Donald Trump contro Giorgia Meloni potrebbero avere un risvolto positivo

Donald Trump contro Giorgia Meloni Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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In merito ai ripetuti attacchi di Trump alla premier Meloni, non credo che ciò sia una cattiva notizia per quest’ultima. Al netto della solidarietà pelosa che ella ha incassato dalla nostra sinistra opposizione, mi sembra evidente che in certo qual modo il nuovo atteggiamento del Tycoon nei riguardi della Giorgia nazionale non può che giovare all’intera maggioranza di governo. Oramai anche i sassi hanno compreso che l’abbraccio politico del presidente americano si trasforma rapidamente in un abbraccio della morte. Ciò è dimostrato dagli esiti inaspettati del referendum sulla giustizia, esiti che a mio avviso hanno veicolato un coacervo di ostilità e di insoddisfazioni in parte legate alle tante iniziative di Trump, e soprattutto dalla sconfitta di Orban in Ungheria, dato che l’ex presidente magiaro era stato esplicitamente sponsorizzato dalla Casa Bianca.

D’altro canto, nella nostra vecchia Europa, che ha costruito il suo benessere anche in virtù dell’ombrello protettivo offerto dallo zio Sam, le anime belle rappresentano una rilevante componente trasversale, di cui qualsiasi partito di governo deve tener conto.

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Così come si deve altrettanto tener conto di quella minoranza di cattolici e di atei devoti che in qualche modo fanno riferimento alle prediche di qualunque Papa. Anche quando quest’ultimo, come ha ricordato lo stesso Trump, glissa sulle migliaia di innocenti massacrati dallo spietato regime di Teheran e finge di ignorare il problema colossale che si creerebbe nel mondo con un Iran in possesso dell’arma nucleare.

Pertanto, sebbene personalmente continuo a sostenere che il grave errore commesso dal comandante in capo degli Usa sia stato quello di sottovalutare la resistenza dello stesso regime, senza predisporre una strategia adeguata ad una simile eventualità. Tuttavia, in altri tempi non molto lontani un Paese che, bloccando il vitale stretto Hormuz, avesse creato i presupposti per una catastrofica recessione globale, si sarebbe in tal modo posto nella condizione di farsi invadere militarmente da una grande coalizione di Stati (a tale proposito consiglio alle citate anime belle di studiare ciò che avvenne nel 1956, allorché l’Egitto tentò di nazionalizzare il canale di Suez). Invece, dato che in Occidente sembra prevalere la linea sessantottarda del “mettiamo dei fiori nei nostri cannoni”, il lavoro sporco lo lasciamo fare, dissociandoci al momento giusto, al “cattivo” di turno che occupa la famosa Sala ovale.

Claudio Romiti

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