Come spesso accade, le parole di Roberto Vannacci sul femminicidio hanno sollevato un polverone, suscitando immediatamente critiche e indignazione. Eppure, al netto delle reazioni emotive, la tesi da lui espressa contiene un elemento difficilmente contestabile sul piano strettamente logico: un omicidio è un omicidio.
La vita umana possiede un valore intrinseco che non dovrebbe dipendere dal sesso, dall’età, dall’etnia, dalla religione o da qualsiasi altra caratteristica della vittima. Se accettiamo questo principio di uguaglianza, allora dobbiamo riconoscere che togliere la vita a una donna non è, in sé, più grave che togliere la vita a un uomo. Allo stesso modo, non dovrebbe essere considerato più grave uccidere un anziano rispetto a un adulto o una persona appartenente a una determinata categoria rispetto a un’altra.
Il rischio è quello di introdurre, anche involontariamente, una gerarchia delle vittime. Se esistono omicidi che ricevono una qualificazione particolare in base all’identità della persona colpita, si apre inevitabilmente il dibattito su quali categorie meritino un riconoscimento speciale e quali no. Si finisce così per spostare l’attenzione dall’atto criminale in sé alla natura della vittima.
Naturalmente, chi difende il termine “femminicidio” sostiene che esso non serva a indicare una maggiore gravità della morte di una donna rispetto a quella di un uomo, ma a descrivere un fenomeno sociale specifico: l’uccisione di donne in quanto donne, spesso all’interno di relazioni affettive caratterizzate da possesso, controllo o violenza.
È una posizione legittima e comprensibile. Tuttavia, riconoscere l’esistenza di un fenomeno sociologico non obbliga necessariamente a considerarlo una categoria distinta sul piano del valore della vita umana.
La questione centrale è proprio questa: si può studiare, analizzare e contrastare una particolare dinamica criminale senza per questo affermare che la vittima appartenga a una categoria che merita una tutela simbolica superiore alle altre?
Da questo punto di vista, la frase secondo cui “gli omicidi sono tutti uguali” non va interpretata come una minimizzazione della violenza contro le donne. Può essere letta, al contrario, come un richiamo a un principio universalista: ogni essere umano vale allo stesso modo e ogni omicidio rappresenta una violazione altrettanto intollerabile della dignità umana.
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Forse la ragione della polemica sta nel fatto che oggi il dibattito pubblico tende spesso a confondere due piani distinti: quello della descrizione dei fenomeni sociali e quello del valore delle persone. Si può ammettere che esistano dinamiche particolari che colpiscono più frequentemente alcune categorie, senza per questo attribuire alle loro vite un valore superiore rispetto a quelle degli altri.
In una società fondata sull’uguaglianza, il principio dovrebbe rimanere semplice: non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Esistono esseri umani. E l’omicidio di un essere umano resta sempre e comunque uno dei crimini più gravi che si possano commettere, indipendentemente da chi sia la vittima.
Per questo motivo, la dichiarazione di Roberto Vannacci conteneva una considerazione che, nella sua essenza, appare quasi ovvia. Se tutte le vite hanno pari dignità, allora anche la soppressione di una vita umana dovrebbe avere il medesimo valore morale e giuridico, a prescindere dall’identità della vittima.
Si può discutere sull’opportunità del linguaggio utilizzato, sul contesto o sulle implicazioni politiche della sua affermazione, ma il nucleo del ragionamento resta difficilmente confutabile: un omicidio non è più o meno grave in base al sesso della persona uccisa.
Per certi versi, dunque, Vannacci non ha fatto altro che ricordare un principio elementare di uguaglianza che dovrebbe essere alla base di ogni società liberale e di ogni ordinamento che riconosca pari valore a ogni essere umano.
Salvatore di Bartolo, 15 giugno 2026
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