Dietro il primo via libera della Camera alla legge delega sul nucleare c’è un dettaglio che vale più di mille dichiarazioni d’intenti. Non è solo una questione energetica. Non è soltanto il ritorno dell’atomo, dei reattori modulari, della competitività industriale o delle bollette. È una fotografia. Nitida. Spietata. Del cosiddetto campo largo. Che, alla prima prova seria, largo non è. È sfilacciato. Diviso. Contraddittorio. In una parola: ingestibile.
Sul nucleare, infatti, la maggioranza si è presentata compatta. Il centrodestra ha scelto una linea chiara: riaprire il dossier, superare i tabù ideologici e riportare l’Italia nel club delle economie che non considerano l’energia una questione da comizio ambientalista. Giorgia Meloni ha spiegato che il governo vuole “proseguire speditamente”, puntando sui reattori modulari di nuova generazione, “sicuri, puliti”, con l’obiettivo di approvare entro l’estate la legge delega e poi i decreti attuativi. Matteo Salvini è andato ancora più dritto: il nucleare è “non una scelta, non un’opzione, ma un obbligo, un dovere”. E ha aggiunto che “un politico italiano che dica di no al nucleare sia contro il futuro del Paese”. Antonio Tajani, da parte sua, ha chiuso il cerchio: “anche coloro che dicono no a tutto si dovranno arrendere”. Fin qui, la politica fa la politica. La maggioranza governa, decide, si assume una responsabilità. Ma il punto vero è un altro: cosa succede dall’altra parte?
Succede che il campo largo si rompe prima ancora di nascere. Azione vota a favore. Carlo Calenda parla del provvedimento come “il primo passo per il ritorno del nucleare in Italia” e promette di vigilare perché la normativa venga attuata rapidamente. Italia Viva si astiene. Matteo Renzi continua a dire che “il nucleare è una tecnologia che serve” e che “chi dice no prende in girogli italiani”, ma intanto si tiene a metà strada, criticando il governo sui ritardi e cercando di non rompere del tutto con una sinistra che sul nucleare ha già scelto il suo fortino: quello del No.
Ed eccola, la grande alleanza alternativa alla destra. Quella che dovrebbe governare il Paese. Quella che dovrebbe mettere insieme riformisti, massimalisti, ex terzopolisti, ambientalisti, grillini, cattolici democratici, sinistra radicale e professionisti del veto. Alla prima domanda concreta — energia sì o energia no? industria sì o industria no? crescita sì o decrescita mascherata? — vanno ognuno per conto proprio.
Perché il nucleare non è solo nucleare. È il test perfetto. Divide chi guarda alla realtà da chi vive di riflessi ideologici. Divide chi pensa che l’Italia debba produrre, competere, attrarre investimenti, da chi sogna un Paese alimentato a slogan, pannelli, buone intenzioni e conferenze stampa. Divide chi capisce che senza energia stabile e a costi sostenibili non esiste manifattura, e chi pensa che la politica industriale si faccia con i “no” preventivi. La sinistra, su questo, non riesce a cambiare pelle. Può aggiornare il linguaggio, può parlare di transizione, sostenibilità, innovazione. Ma appena compare la parola nucleare torna al Novecento. Alla paura. Al referendum permanente. Alla mobilitazione emotiva. Al riflesso pavloviano del divieto.
Il problema, per il campo largo, è che non tutti possono permetterselo. Calenda e Renzi sanno benissimo che dire no al nucleare significa condannare l’Italia a dipendere ancora dagli altri. Sanno che le grandi economie avanzate non ragionano con i tabù della sinistra italiana. Sanno che il tema non è scegliere tra rinnovabili e nucleare, ma costruire un mix energetico serio. Però sanno anche che, dentro una coalizione dominata dalla sinistra del No, ogni posizione ragionevole diventa sospetta. E allora ecco l’ambiguità: favorevoli, ma non troppo. Riformisti, ma compatibili con chi vuole fermare tutto. Nuclearisti nei convegni, prudenti in Parlamento. Moderni nelle interviste, prigionieri dello schema politico quando si tratta di votare.
La verità è che questa vicenda smonta la narrazione del centrosinistra unito e pronto a governare. Sono divisi sul nucleare, come sono divisi su politica estera, sicurezza, lavoro, tasse, infrastrutture, giustizia, autonomia, rapporti con le imprese. Ogni volta che si passa dai manifesti alla realtà, il campo largo diventa un campo minato. Basti pensare alla patrimoniale: prima Elly Schlein ha proposto la tassa bandiera della sinistra, poi – complice il rischio di perdere altri voti e di scatenare un putiferio all’interno dell’accozzaglia – ha fatto un passo indietro.
E attenzione: la partita non è chiusa. I numeri lasciano pensare che in un eventuale referendum il quorum potrebbe persino non essere raggiunto, mandando a vuoto la chiamata alle armi dei catastrofisti. Ma sarebbe un errore sottovalutare la capacità della sinistra del No di mobilitare paure, sospetti e fantasmi. Perché la battaglia, come sempre, non verrebbe giocata sui dati, sulle emissioni, sulla sicurezza o sui costi dell’energia. Verrebbe giocata sulla pancia. Sul panico. Sul “moriremo tutti”. Ecco perché il centrodestra non può permettersi di abbassare la guardia. Dopo due stop storici, l’Italia non può permettersi il terzo funerale del nucleare. Ma soprattutto il voto alla Camera ha già detto una cosa: mentre la maggioranza prova a rimettere in moto il Paese, dall’altra parte non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su come accendere la luce.
Massimo Balsamo, 6 giugno 2026
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