Politico Quotidiano

La sinistra preferisce l’Islam alla libertà

Dalle piazze della protesta alle convergenze tra antagonismo radicale e islamismo politico: alleanze contraddittorie che rischiano di minare i valori della democrazia occidentale

«Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Queste parole, attribuite all’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e riprese da Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona del 2006, sembrano oggi tornare di drammatica attualità. Non perché la storia si ripeta necessariamente negli stessi termini, ma perché le questioni che sollevano sono tutt’altro che superate: il rapporto tra religione e violenza, tra fede e potere politico, tra libertà individuale e imposizione di un sistema ideologico.

Guardiamo a ciò che sta accadendo in Italia in queste settimane. Le violenze esplose a Milano il 17 e 18 ottobre, le successive tensioni nelle piazze di Roma, Torino, Bologna e Firenze, gli assalti, i saccheggi, gli incendi e gli scontri con le forze dell’ordine hanno mostrato un volto inquietante della protesta.

Dietro manifestazioni nate anche da rivendicazioni sociali e politiche legittime, sono emerse frange violente, gruppi antagonisti e giovanissimi, tra i quali numerosi ragazzi di seconda generazione, che hanno trasformato alcune città in scenari di guerriglia urbana. Non si può liquidare tutto come semplice disagio giovanile e soprattutto non si può ignorare la questione, sempre più delicata, dei rapporti tra ambienti della sinistra antagonista e settori dell’islam politico.

Le indagini sulle recenti mobilitazioni stanno approfondendo proprio il possibile tentativo di alcune reti riconducibili all’Islam politico di inserirsi nelle proteste spontanee, intercettarne la rabbia e orientarla verso obiettivi politici. Ad oggi non è ancora dimostrata una regia comune, ma sarebbe irresponsabile non interrogarsi su questa possibile convergenza.

È qui che emerge una contraddizione politica enorme. Una parte della sinistra radicale sembra individuare nell’Occidente, nelle sue istituzioni, nella sua storia e nelle sue tradizioni il principale avversario ideologico, arrivando a condividere piazze e battaglie con ambienti che professano visioni religiose e politiche profondamente distanti dai principi di libertà, laicità e uguaglianza che dovrebbero caratterizzare una democrazia moderna.

Ma quale risultato può produrre un simile avvicinamento? Quale terreno comune può esistere tra chi rivendica la libertà individuale e chi, nelle sue componenti fondamentaliste, pretende di subordinare i diritti delle persone a una legge religiosa? Quale alleanza può essere costruita tra chi si dichiara difensore dell’emancipazione femminile e chi sostiene ordinamenti che discriminano le donne? E quale coerenza può esserci tra la difesa delle minoranze e l’indifferenza verso la persecuzione di chi abbandona la religione islamica o dissente dalle sue interpretazioni più radicali?

Occorre avere il coraggio di distinguere l’Islam come fede personale dall’islamismo come progetto politico e dalle sue espressioni estremiste, ma occorre anche smettere di considerare ogni critica all’Islam un atto di intolleranza. Una società democratica deve poter discutere liberamente delle incompatibilità tra determinate interpretazioni religiose e i propri ordinamenti, senza essere intimidita dal ricatto dell’islamofobia.

Ed è proprio qui che si pone una domanda alla sinistra italiana: conserva ancora gli anticorpi democratici necessari per riconoscere il pericolo del fondamentalismo religioso? E’ disposta a tagliare definitivamente il cordone ombelicale con organizzazioni o ideologie che non riconoscono i valori della democrazia liberale?

Perché una cosa è difendere il diritto di protesta, un’altra è tollerare e fare spallucce a chi aggredisce le forze dell’ordine, devasta le città, attacca i simboli delle istituzioni e utilizza la piazza come strumento di destabilizzazione. E ancora diversa è la responsabilità politica di chi, per convenienza ideologica o per ostilità verso il governo di turno, finisce per minimizzare o giustificare queste condotte.

L’Italia non deve tornare agli anni Settanta, quando la contrapposizione ideologica degenerò troppo spesso in violenza politica, intimidazione e disprezzo per le istituzioni. Non possiamo permettere che nuove forme di radicalismo, alimentate da alleanze ideologiche contraddittorie, riportino il Paese in una stagione di conflitto permanente.

L’Occidente, del resto, non deve avere paura di difendere se stesso. I suoi valori non sono perfetti né immutabili, ma rappresentano il risultato di secoli di conquiste: libertà di pensiero, uguaglianza davanti alla legge, emancipazione femminile, pluralismo, separazione tra Stato e religione, diritto di dissentire e persino di non credere.

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Questi principi non sono negoziabili. Nessuna cultura, nessuna religione e nessuna ideologia può pretendere di collocarsi al di sopra di essi. La sinistra italiana dovrebbe riflettere seriamente su questo punto e non può continuare a considerare ogni opposizione all’Occidente come un alleato naturale, né può sacrificare i principi della democrazia sull’altare dell’antagonismo politico.

Perché il rischio più grande sarebbe proprio questo: combattere il proprio avversario politico finendo per sostenere, come palesemente sta facendo, forze ideologiche che non condividono affatto i valori di libertà che la sinistra stessa dichiara di voler difendere. Siamo ancora capaci di difendere la nostra civiltà, oppure abbiamo perso persino il coraggio di riconoscere ciò che potrebbe minacciarla?

Massimo Micheli, 1° novembre 2026

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