Mario Calabresi, aspirante sindaco di sinistra per Milano, perfino lui ammette in un libro recente che la metropoli è invivibile, che in certi quartieri la gente annaspa oltre il timore, che è al terrore e se così è di chi la colpa se non di chi la amministra da dieci anni? Calabresi potrà anche avere dalla sua certi poteri forti di Milano, dagli industriali alla borghesia ebrea meneghina al clero di Delpini al parastato burocratico, ma se hai contro il partito non ci arrivi e la sardina segretaria Lella ha fatto capire che Calabresi non passa, lei massimalista vuole un altro massimalista come Majorino. Sullo sfondo stanno gli innumerevoli problemi e emergenze della città, prime fra tutte quelle della effettiva integrazione e della sicurezza, ma non è un mistero quello che pensa, che lascia intendere il PD massimalista: con noi gli islamici staranno relativamente buoni perché li foraggiamo e li candidiamo, senza di noi vi assumete la responsabilità di quanto può succedere. E quello che può succedere è il caos totale, la strage che non ti aspetti, la violenza diffusa ancora peggio di oggi, come sa bene il Mossad che considera Milano il centro italiano più a rischio.
Messaggio mafioso, ma è la politica, bellezza. Al PD, al partito comunista non preme altro che il controllo e se serve qualche fatto destabilizzante ben venga, poi saremo noi a ristabilizzare. A maggior ragione il discorso vale a dimensione scolastica, educativa. Il partito comunista sa benissimo che la sovversione parte da lì, che la città fuori controllo sale dalla scuola, che basta lo spazio di un ciclo, cinque anni, otto anni, e cavalca la situazione in chiave emergenziale, anche coi giornali organici: abbiamo maramaldeggiato ogni volta che ci capitava su uno come Massimo Giannini, di Repubblica, ma quando uno arriva a paragonare la misura del 30% degli alunni stranieri che non parlano italiano alla Difesa della razza, ti passa la voglia di infierire e semplicemente alzi le braccia. Che Giannini conosca o ignori quella testata ignobile è irrilevante, che sappia o meno la sua funzione di fomento dell’antisemitismo in chiave diplomatica non conta: è semplicemente una giustapposizione oltre il demenziale, neanche una provocazione, giusto un assurdo in libera uscita.
E ci mette un romanzo ad esprimerla. Gli articoli dei comunisti si possono benissimo saltare, di solito dicono niente, farciture di citazioni da semicolti a pendolo tra la spocchia e il complesso, ma qui l’incomprensibile, l’incongruo implodono in una vis polemica infantile, senza senso, risolta in una diffamazione tremenda ma immeritevole di reazione, perché finirebbe in una lite surreale: cosa c’entra quella fetente testata di Telesio Interlandi (di cui oggi si scorge sovrabbondante eredità nell’arcipelago islamista), quale purezza razziale si scorgerebbe in una misura di contenimento della strabordante maggioranza di studenti stranieri (e afasici?). Se mai è il contrario, qui l’unica “razza” da tutelare sarebbe quella degli indigeni, travolti da alluvioni globali. Di quali razze da difendere parla Giannini? Di quali etnie? Gli italiani evidentemente non contano, salvo quando debbono votare; tanto il partito sa che chi lo vota non si pone problemi, sa che al dunque è pronto a votare contro il suo stesso interesse e contro la logica fattuale. E invece questi italiani che pagano, loro, le pensioni a chi le ottiene per diritto etnico, senza un giorno di lavoro, senza reinvestire nello stato sociale interno, tutto il guadagno dirottato in patria con le rimesse, andrebbero rimessi in qualche modo al mondo e nel Paese cui ogni giorno sentono di non appartenere. La sinistra comunista vive nella sua alienazione ideologica e non sa uscire dalla solita contraddizione: più una situazione è compromessa, più sappiamo che ne portiamo primaria responsabilità, più la gente ci molla, e più insistiamo nell’infamarla e nel difendere lo status quo per quanto balordo e insostenibile.
Scomodare di continuo, per tutto, paranoicamente il razzismo, il fascismo, è patetico, in tutto il mondo esistono limiti, correttivi nell’interesse comune, in tutto il mondo è pacifico che nessuna didattica può essere possibile se non parte da una lingua comune; che le pezze e i rattoppi dei menu personalizzati, del possibilismo scolastico è purissima utopia, che una cultura come quella islamica, basata sull’odio per tutto ciò che islamico non è, non risulta conciliabile, assimilabile, che le stesse famiglie musulmane la spuntano su tutto, spazi, mense, crocifissi, e che risolvere tutto con le bolle verbali, le “laboratorietà intersezionali”, è irresponsabile al limite del manicomiale. Ma pur di sfruttare il populismo cattocomunista di don Milani!
Quando non si ha molto, o niente, da dire, si finisce per dir troppo, per impacchettare il vuoto concettuale nella stagnola delle suggestioni: e allora giù coi preti morbosi di Barbiana, con la morale dissuasiva di Mattarella che, essendo il capo vero del partito comunista, può invadere ogni terreno a piacimento, con la retorica trita e ritrita della badante filippina e del pizzaiolo egizio che tanto piace a Sala, il sindaco fauno, con il padre cingalese che si spacca la schiena, anche se a spaccare le teste sono quelli della mafia bengalese e dintorni, con l’immancabile Calamandrei che, non per sua colpa, ha rotto i coglioni allo stesso modo della Costituzione-omnibus che però quando Giannini s’inchinava a Speranza non valeva, dulcis in fundo con gli autori militanti ma poco incisivi quali Stefano Massini. Giannini maledice la retorica della patria-nazione, e non giureremmo la conosca, ma la sua retorica dei pomodori non è meglio. Poi a tirar dentro autori come l’altrettanto fatidico Hobsbawm o il più elitario Jager fa molto tesina di maturità scritta con la AI, solo che Giannini dovrebbe ormai andare per i 65 anni.
Max Del Papa, 26 settembre 2026
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