Prima gli hanno conferito piena legittimazione politica, regalandogli un comodissimo seggio al Parlamento europeo. Poco dopo, se ciò non bastasse, anche la carica di vice segretario federale della Lega. Oggi, perseverando nell’errore, provano affannosamente ad appiccicargli addosso l’etichetta del “traditore”. Il risultato, però, è uno solo: offrire il fianco agli attacchi, già ampiamente programmati, di uno scaltro generale che colpisce puntualmente l’esecutivo sui nervi scoperti della sicurezza e dell’immigrazione.
Nella gestione dello spinoso caso Vannacci, il centrodestra di governo – o almeno una sua parte consistente – continua a mostrare debolezze strategiche, fragilità strutturali ed evitabili errori di valutazione. Errori che finiscono, sistematicamente, per perorare la causa elettorale delle opposizioni.
All’origine di tutto c’è Matteo Salvini. Desideroso di prevalere su Forza Italia nell’inutile competizione tutta interna al centrodestra, il leader leghista cade nell’imboscata abilmente preparata da Roberto Vannacci. Un’operazione condotta con grande perizia mediatica, fondata sul messaggio – fuorviante – di poter controllare chissà quali pacchetti di voti. In realtà si trattava di un autentico bluff. A fronte di un apporto elettorale modesto, Vannacci ottiene comunque l’ingresso nella Lega e un comodo scranno a Bruxelles, traguardo che difficilmente avrebbe potuto raggiungere con un movimento politico proprio.
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Ma non basta. Dopo averlo frettolosamente sistemato sulla poltrona europea, l’ingenua segreteria leghista commette, a stretto giro, un secondo grave errore. Nel tentativo di arginare le spinte personalistiche del generale, Salvini ignora volontà e umori della base leghista e gli cuce addosso i gradi di vice segretario del partito. L’esito è prevedibile. Incassato tutto ciò che era possibile incassare, Vannacci sbatte la porta, se ne va e mantiene, ovviamente, il seggio da europarlamentare. Vannacci due, Salvini zero. E palla al centro.
E non è finita. C’è almeno un terzo, clamoroso svarione in cui in queste ore stanno inciampando vari esponenti leghisti e, più in generale, diversi rappresentanti dei partiti di governo: tentare di disinnescare Vannacci appiccicandogli addosso l’etichetta di “traditore”. Una mossa inefficace e scontata, che il generale aveva ampiamente messo in conto ben prima di lasciare il partito. Così, mentre i detrattori continuano a muovergli improbabili accuse di alto tradimento dei valori della coalizione, Vannacci neutralizza gli attacchi e li rispedisce puntualmente al mittente.
Toccando con abilità le corde emotive dell’elettorato conservatore – sempre più impaziente di fronte alle esitazioni su sicurezza e immigrazione – il generale non solo si difende dagli attacchi provenienti da destra, ma riesce persino a trasformarli in un moltiplicatore di popolarità. Anche grazie all’eco mediatica della stampa progressista, che continua, per ovvie ragioni, a offrirgli spazio e visibilità.
La morale è evidente. Con la connivenza di quei media che avevano contribuito a elevarlo a fenomeno nazionale, Roberto Vannacci prosegue indisturbato il suo bluff e capitalizza l’enorme credito mediatico accumulato. Mentre gli allocchi, dal canto loro, continuano ostinatamente a cadere nelle sue trappole, ripetendo sistematicamente i medesimi errori e pagando ogni volta il conto politico.
Salvatore Di Bartolo, 6 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


