Politico Quotidiano

Pagati i ricorsi, non i rimpatri. Ecco la verità sulla norma che fa urlare la sinistra

Tante chiacchiere per una norma di buonsenso. I dati sul gratuito patrocinio parlano chiaro: silenzio sul consueto doppiopesismo

rimpatri migranti, la norma del governo Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Su questa storia del decreto Sicurezza c’è un elemento che merita di essere guardato senza paraocchi. Non il solito teatrino delle opposizioni che gridano allo scandalo a giorni alterni, né la polemica automatica sui migranti. Il punto vero è un altro: ancora una volta, in Italia, quando si prova a mettere mano al dossier immigrazione, e in particolare ai rimpatri, emerge un sistema che vive di cavilli, ricorsi e soldi pubblici.

Il caso nasce dalla norma contestata dal Quirinale, quella che prevede un rimborso di 615 euro all’avvocato che assista con successo un migrante nel cosiddetto rimpatrio volontario assistito. Apriti cielo. Polemiche, indignazione, accuse di voler “arruolare” i legali al servizio del governo. Palazzo Chigi minimizza, il Colle fa sapere che valuterà i testi definitivi, Giorgia Meloni parla di semplici rilievi tecnici e promette un correttivo. Fine della puntata? Non proprio.

Non facciamo troppi giri di parole: il governo magari ha scritto male una norma di buonsenso. Basterebbe approfondire un pochino: è semplicemente un provvedimento che prevede degli aiuti per gli avvocati che fanno forniscono supporto al rimpatrio degli immigrati che se ne vogliono tornare al loro Paese. Non parliamo di tutte quelle persone che si trovano nei Cpr che vogliono restare da noi. No, la questione riguarda coloro che non si trovano bene in Italia e che preferiscono tornarsene a casa propria. Senza dimenticare che di mezzo c’è anche una normativa europea.

Ma non è tutto. C’è anche un’altra domanda da porsi: dov’era tutta questa indignazione quando lo Stato pagava — e paga tuttora — eserciti di avvocati per impedire le espulsioni? Per anni nessuno si è scandalizzato del fatto che il contribuente italiano finanzi un contenzioso gigantesco, costruito attorno al gratuito patrocinio, che consente a migliaia di immigrati irregolari di impugnare ogni provvedimento possibile e immaginabile.

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I numeri parlano chiaro. Come riportato dal Giornale, nel biennio 2021-2022 lo Stato ha sborsato 285 milioni di euro per il patrocinio gratuito nei tribunali civili. Una quota rilevante, secondo diverse stime, è finita proprio nelle cause legate all’immigrazione. Non spiccioli, ma decine di milioni. Altro che i 615 euro diventati improvvisamente il caso nazionale. E qui emerge l’ipocrisia italiana. Se un avvocato viene pagato per bloccare un’espulsione, tutto bene: tutela dei diritti, garanzie, civiltà giuridica. Se invece viene riconosciuto un compenso per accompagnare una procedura di rimpatrio volontario prevista anche dagli indirizzi europei, allora scatta l’allarme democratico.

In mezzo c’è un settore che nel tempo si è professionalizzato. Studi specializzati, associazioni, sportelli, siti dedicati, una filiera perfettamente legale che conosce ogni piega normativa e la utilizza fino all’ultimo grado di giudizio. Nulla di illecito, sia chiaro. Ma il risultato politico è evidente: espellere in Italia è difficilissimo, spesso quasi impossibile. E il tempo gioca sempre a favore di chi resta. Basta osservare il meccanismo. Si presenta ricorso, si sospende tutto, passano mesi, spesso anni. Nel frattempo la persona resta sul territorio, lavora magari in nero, costruisce legami familiari, si inserisce in un contesto sociale. Quando arriva la decisione finale, il quadro è già cambiato. E l’espulsione diventa un reperto archeologico. Per questo la polemica di questi giorni sa tanto di commedia all’italiana. Ci si straccia le vesti per una misura che prova a incentivare i rimpatri volontari, mentre si tace su un sistema che da anni rende inefficace qualsiasi politica migratoria seria.

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Poi certo, resta il piano istituzionale. I rapporti tra Palazzo Chigi e Quirinale sono stati descritti come sereni, ma la tensione sembra esserci stata. Mattarella esercita le sue prerogative, Meloni difende il provvedimento, Mantovano tratta, i tecnici correggono. Normale dialettica repubblicana. Ma dietro la schermaglia giuridica si intravede una questione molto più concreta: l’Italia vuole governare i flussi migratori o continuare a subirli?

Perché delle due l’una. O il rimpatrio volontario è uno strumento utile, come sostiene anche Bruxelles, e allora va reso operativo. Oppure continuiamo con la liturgia del ricorso infinito, delle espulsioni annunciate e mai eseguite, dei costi scaricati sui cittadini. Il resto è rumore di fondo. E di rumore, su questo tema, l’Italia ne produce già abbastanza.

Franco Lodige, 22 aprile 2026

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