Politico Quotidiano

Partite Iva, drizzate le orecchie: il piano di Mr Esattore (alleato di Schlein)

Ernesto Maria Ruffini a Otto e Mezzo presenta il suo nuovo soggetto politico "Più Uno". Il messaggio che passa: avere una partita IVA è un indizio di colpevolezza

Ernesto Maria Ruffini
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Ieri l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, a Otto e mezzo dalla Gruber, ha spiegato che il programma del suo partito consiste nello «spendere bene le risorse che ci sono». Il verbo scelto è ovviamente spendere. Sul taglio della spesa improduttiva, invece, vorremmo conoscere impegni precisi: quali apparati chiudere, quali privilegi cancellare, quanti soldi restituire ai contribuenti. Ma niente.

Tra le proposte del suo nuovo soggetto politico, Più Uno, che dovrebbe allargare i confini dello sgangherato campo largo, ce n’è poi una sul fisco che riguarda le partite IVA. Secondo l’ex capo degli esattori, questi lavoratori indipendenti andrebbero avvicinati ai dipendenti attraverso una trattenuta simile a quella in busta paga, superando gli acconti sui redditi presunti. Stuzzicato dalla Gruber, Ruffini ha collegato le scelte di Meloni a un elettorato incline a «cercare di risparmiare». Nel contesto fiscale, il sottinteso è evidente: risparmiare sulle tasse. Poi, incalzato dalla Gruber, ha ammesso di riferirsi a un elettorato tendente a evadere.

Ed eccoci nuovamente al sospetto politico verso chi lavora in proprio, verso i lavoratori indipendenti. Ora, siamo già un Paese nel quale le partite IVA e le attività produttive vengono trattate come reietti da spremere e presunti evasori da sorvegliare. Nel 2025 la pressione fiscale complessiva ha raggiunto il 43,1% del PIL, secondo l’Istat. Il dato storico della Banca Mondiale, nell’ultima rilevazione Doing Business, pubblicata nel rapporto 2020 e riferita al 2018, indicava inoltre un carico complessivo di imposte e contributi a carico dell’impresa modello italiana pari al 59,1% del profitto commerciale. Sono indicatori diversi, ma documentano il peso abnorme del prelievo fiscale e contributivo sull’economia italiana. Una follia che fa apparire l’Italia uno Stato canaglia a chiunque voglia aprire una partita IVA e provare a produrre. Ultimi in Occidente, come siamo fanalino di coda da 30 anni sul PIL.

A questo si aggiunge un rapporto profondamente squilibrato tra amministrazione e contribuente. Per gli accertamenti soggetti alla riscossione frazionata, anche presentando ricorso si deve, di regola, versare un terzo delle maggiori imposte e dei relativi interessi prima della sentenza di primo grado, salvo ottenere una sospensione. La pretesa è ancora controversa, ma lo Stato pretende di aprirti il portafoglio. E lo fa ogni giorno. E questo Ruffini lo sa benissimo, ma evidentemente gli va bene così.

Il vecchio “solve et repete”, che subordinava l’accesso al giudice al pagamento, è stato dichiarato incostituzionale nel 1961. Oggi il nome corretto è riscossione provvisoria in pendenza di giudizio: un istituto giuridicamente diverso, ma che ripropone, sul piano politico, la stessa identica barbara logica del pagamento prima della decisione.

Il problema politico resta: chi contesta una richiesta del fisco può dover finanziare contemporaneamente la propria difesa e la pretesa che considera ingiusta. E sulle partite IVA e sulle imprese gli accertamenti arrivano come raffiche. L’amministrazione non è infallibile: nella relazione ufficiale sul contenzioso tributario 2025, gli esiti di primo grado favorevoli al contribuente sono una buona parte. Il dato riguarda le controversie decise, ma dimostra che, nonostante gli abnormi poteri del fisco, il contribuente ottiene ragione in una quota tutt’altro che marginale. E allora, quando la pretesa viene riconosciuta infondata, il denaro riscosso in pendenza di giudizio assume il sapore di un’“estorsione” legalizzata.

Eppure le “famigerate” partite IVA – commercianti, artigiani, professionisti, ditte individuali – e le imprese continuano a essere nel mirino. Come se fossero una concessione tollerata dallo Stato, anziché una componente essenziale dell’economia che lo mantiene. Questi presunti “sporchi evasori” producono reddito, assumono dipendenti, pagano stipendi e contributi ogni mese, tredicesime e, dove previste, quattordicesime. Alimentano il lavoro di fornitori, consulenti e collaboratori. Quando un’attività chiude, non scompare soltanto una partita IVA: vengono meno redditi, occupazione e gettito.

Sono una forza lavoro di quasi 15 milioni di persone, tra titolari e collaboratori, che deve produrre sul mercato il reddito necessario a sostenere attività, tasse e contributi abnormi. Ma siamo sempre lì: una visione antieconomica e distopica della società italiana, divisa tra categorie presentate come persone perbene – dipendenti e pensionati – e categorie sulle quali far pesare un sospetto permanente: autonomi e imprese, i lavoratori indipendenti.

Il messaggio che passa da Ruffini è quindi questo: avere una partita IVA è un indizio di colpevolezza, non sei una brava persona. È la stessa impostazione che ritroviamo in Landini e, più in generale, nella sinistra italiana. Purtroppo questa visione distorta ha influenzato anche l’impostazione del diritto tributario.

Oggi la vera lotta di classe non è più questa. È tra chi lavora e produce nel privato, insieme a chi lavora sul serio nel pubblico – insegnanti, medici ospedalieri e agenti che garantiscono la sicurezza nelle nostre strade, troppo spesso sottopagati – e un’oligarchia diffusa e dorata di boiardi di Stato e centinaia di migliaia di imbucati nelle sue articolazioni. Partecipate e municipalizzate, enti, fondazioni e consorzi costituiscono quel parastato che, quando diventa un ectoplasma al servizio dei partiti politici, distribuisce incarichi e nomine, vive di soldi pubblici e viene mantenuto in piedi anche quando si indebita e i suoi conti sono in rosso.

Ma, di fronte a tutto questo, la novità politica dell’ex capo degli esattori è una nuova architettura delle trattenute fiscali per i lavoratori indipendenti che, per definizione, non hanno una busta paga. Più Uno vuole essere una novità. Per ora, sul fisco, Ruffini ripropone una visione antica: il cittadino produce, l’amministrazione trattiene, la politica promette di spendere bene.

Prima di mettere le mani sugli incassi di chi produce, Ruffini metta sul tavolo i tagli alla spesa. Altrimenti Più Uno rischia di significare soltanto questo: un partito in più a contendersi i soldi degli stessi contribuenti.

E davanti ad una partita iva e a chi tiene aperta un’attività in Italia – nonostante lo stato – ci si può solo togliere il cappello e ringraziare, in primis dovrebbe farlo chi è stato a capo dell’Agenzia delle Entrate, azienda mai in crisi che continua ad infornare migliaia di esattori ogni anno pronti a fare la guerra a chi produce il loro stipendio.

Andrea Bernaudo, 10 ottobre 2026

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