Dunque, Matteo Salvini è stato riconfermato alla guida della Lega. Così ne dà efficacemente notizia un articolo dell’Ansa: “Nasce il ‘Salvini quater’.E stavolta senza acclamazione e senza più il nome nel simbolo. Matteo Salvini resta alla guida della Lega. Nella sua Milano, il congresso che ha voluto per stoppare la fronda nordista lo conferma segretario per la quarta volta. Per lui 465 voti, 146 a Massimo Garavaglia. Solo 8 le schede bianche e nulle e, sui 611 voti validi, il 76% va al primo, sfiora il 24% il secondo. Il leader quindi si blinda ufficialmente per altri 4 anni – il mandato scade nel 2030 – e con un nuovo simbolo (“Lega Italia federale”) traghetta il partito verso le elezioni politiche”.
Ora, sulla blindatura dei 4 anni nutro personalmente molti dubbi. Sono convinto che la mossa, inevitabile a questo punto, di riprendere la strada del federalismo abbia consentito al Capitano di tacitare per ora il dissenso nordista, se così lo vogliamo definire. Tuttavia il suo futuro prossimo è legato all’esito delle prossime elezioni politiche. Elezioni che, come ho già avuto modo di scrivere su queste pagine, per la destra di governo si preannunciano più incerte rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati prima della guerra in Iran. Guerra che, unita a tutta una serie di sciagurate iniziative portate avanti da Donald Trump, sta fornendo parecchio e inaspettato propellente politico ad una opposizione di sinistra ben poco presentabile.
Lo stesso atteggiamento di evidente compiacenza che il Tycoon sta manifestando nei riguardi dello zar Putin non credo che aiuti quei partiti, tra cui la Lega, il quali vorrebbero che l’Italia smettesse di aiutare economicamente l’Ucraina. Una linea decisamente rilanciata da Salvini al congresso leghista e che, lo capiscono pure i sassi, appare del tutto finalizzata a far concorrenza all’emergente partito di Vannacci.
In realtà, conti alla mano, il nostro Paese dall’inizio dell’invasione russa ha fornito all’Ucraina circa 3 miliardi di euro; un cifra che in oltre 4 anni corrisponde a 50 euro per abitante, contro i 90 della Francia, i 119 del Canada, i 200 degli Stati Uniti, i 206 del Regno Unito e i 230 della Germania. Si tratta di 800 milioni di euro all’anno che rappresentano una briciola rispetto alla nostra colossale spesa pubblica.
Comunque sia, anche in questo caso, al pari del citato ritorno al federalismo, trattasi dell’ennesima dimostrazione di una tendenza che sembra caratterizzare Salvini: un evidente difetto sul piano del tempismo. Tempismo che in politica rappresenta troppo spesso un fattore decisivo. Tanto è vero che a partire dal famoso episodio del “Papete” il leader leghista non ne ha azzeccata nessuna, come ad esempio la scelta – sulla quale Salvini ha espresso una chiara autocritica nel corso dello stesso congresso – di entrare nell’ammucchiata politica del governo Draghi. Per non parlare di Vannacci, portato in carrozza al Parlamento europeo, senza pensare che la visione di rottura del militare non era compatibile con quella, che da tempo cerca di ostentare la Lega, di partito di lotta e di governo.
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Ed è proprio questa inconciliabile dicotomia che, a mio modesto parere, spinge Salvini a commettere l’errore di confrontarsi con il suo avversario diretto sulla questione Ucraina. Restando per ovvie ragioni nella maggioranza, tale ambiguità non può che favorire la propaganda a senso unico di chi si trova comodamente all’opposizione. Ciò significa che per contrastare chi pesca nello stesso elettorato da una posizione di vantaggio sarebbe forse il caso di puntare su altri argomenti di maggior presa, tra cui quel ritrovato, seppur parzialmente, anelito federalista che per la minoranza leghista sa tanto di partito del Nord.
Il problema è che manca poco alle elezioni parlamentari, sempreché non succeda qualche intoppo che le anticipi, e il tempo per Salvini onde imprimere una svolta che non sia a scoppio ritardato è maledettamente scarso.
Claudio Romiti, 27 ottobre 2026
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