Politico Quotidiano

Stranieri in classe, guardate i risultati dei test: i dati smontano chi grida al razzismo

Quando si parla di composizione delle classi, bisognerebbe tenere a mente i numeri. E quanto emerge dall'Invalsi non può essere ignorato

valditara decreto scuola
Segui nicolaporro.it su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Quando si parla di studenti stranieri e di composizione delle classi il rischio è quello di trasformare immediatamente una questione didattica ed educativa in uno scontro ideologico. Sarebbe invece molto più utile partire dalla realtà della scuola, dai ragazzi che la frequentano e dalle condizioni che consentono loro di imparare e crescere, non solo nei livelli di apprendimento ma anche nella capacità di relazione.

I dati aiutano a mettere a fuoco il problema.

Mediamente, gli studenti di origine straniera, compresi quelli di seconda generazione, presentano ancora un divario negli apprendimenti rispetto ai coetanei italiani, soprattutto in Italiano e, in misura diversa, in Matematica. I dati INVALSI 2026 delle prove di Italiano mostrano che già in seconda elementare, a parità di contesto socioeconomico, lo scarto rispetto agli studenti italiani è di 19,1 punti per gli alunni stranieri di prima generazione e di 14,6 punti per quelli di seconda generazione. Alla fine della primaria la distanza per le seconde generazioni diminuisce, ma non scompare; in terza media torna ad essere significativa: circa 22,9 punti per la prima generazione e 13,6 per la seconda. Nel corso delle superiori il divario tende poi progressivamente a ridursi.

È importante non semplificare questi dati. Le rilevazioni INVALSI mostrano infatti che in Inglese, in particolare nell’ascolto, gli studenti di origine straniera raggiungono spesso risultati persino superiori a quelli dei coetanei italiani. Il problema non è dunque una minore capacità di apprendere. Il nodo fondamentale è la padronanza della lingua italiana attraverso la quale vengono trasmessi contenuti sempre più complessi in tutte le materie.

Un bambino madrelingua continua ad essere esposto all’italiano anche quando esce da scuola: parla con i genitori, ascolta conversazioni, incontra amici e parenti. Per molti bambini provenienti da famiglie immigrate, invece, spesso non è così: a casa si parla, giustamente, la lingua d’origine. La scuola diventa quindi il luogo decisivo nel quale incontrare, utilizzare e padroneggiare l’italiano.

Questo significa che la composizione delle classi non è indifferente. Se in una classe si concentra un numero molto elevato di alunni che non possiedono ancora gli strumenti linguistici necessari per seguire pienamente le lezioni, diventa oggettivamente più difficile per gli insegnanti accompagnare ciascuno secondo i propri bisogni. E diminuiscono anche le occasioni quotidiane nelle quali quei ragazzi possono parlare italiano con coetanei che lo padroneggiano.

Non è una questione nata oggi. Già nel 1989, quando ministro della Pubblica istruzione era Sergio Mattarella, la circolare ministeriale n. 301 affrontava il problema dell’inserimento degli alunni stranieri e indicava che, quando vi fossero più studenti provenienti dallo stesso Paese e con analogo livello culturale, fosse opportuno non superare le quattro-cinque unità nella stessa classe. La successiva circolare n. 205 del 26 luglio 1990 ribadiva l’indicazione per gli alunni appartenenti allo stesso gruppo linguistico e spiegava esplicitamente l’opportunità di ripartire gli studenti stranieri «in ragione di qualche unità soltanto per classe», proprio per agevolarne l’integrazione linguistica con gli alunni italiani.

I numeri di allora erano molto diversi da quelli attuali e quelle indicazioni non possono essere sovrapposte automaticamente alle regole di oggi. Ma il principio didattico ed educativo che vi stava dietro è chiaro: l’integrazione linguistica richiede incontro, relazione e una composizione equilibrata delle classi.

È su questa stessa esigenza che nel 2010 viene introdotta la soglia del 30%. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio stabilisce infatti che gli studenti con cittadinanza non italiana non debbano superare, «di norma», il 30% degli iscritti in ciascuna classe. Non è però un limite rigido: può essere innalzato quando gli studenti stranieri possiedono adeguate competenze linguistiche e può persino essere ridotto quando la conoscenza dell’italiano risulta particolarmente inadeguata. La stessa circolare insiste inoltre su laboratori linguistici, percorsi personalizzati, l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua (L2) e collaborazione tra scuole ed enti locali.

Questa è una distinzione essenziale: cittadinanza e competenza linguistica non sono la stessa cosa, ma è fondamentale, per chi deve seguire le lezioni di tutte le discipline in italiano, padroneggiare la nostra lingua.

Ed è anche il punto sul quale interviene il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre. Nelle classi prime della primaria, a partire dall’anno scolastico 2027/28, il limite del 30% riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nelle prime classi delle secondarie riguarda invece gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. Se il limite non può essere rispettato per il numero delle iscrizioni, è previsto l’intervento degli Uffici scolastici territoriali per cercare un’equilibrata distribuzione tra scuole vicine, salvaguardando il criterio della prossimità e le esigenze familiari.

Accanto alla distribuzione degli studenti c’è poi l’altro pezzo indispensabile: l’investimento sull’apprendimento dell’italiano. Il provvedimento prevede uno stanziamento di oltre 14 milioni di euro per potenziare e personalizzare l’insegnamento della lingua nei contesti nei quali ci sia una concentrazione molto alta di studenti che non parlano bene l’italiano. È un aspetto decisivo. Servono insegnanti preparati, competenze specifiche nell’italiano come seconda lingua, laboratori, interventi precoci e un accompagnamento che cominci già dalla scuola dell’infanzia e dalla primaria.

Per l’Emilia-Romagna questo tema ha un peso particolare. Nell’ultimo rapporto nazionale del Ministero che consente un confronto omogeneo tra le regioni, relativo all’anno scolastico 2022/23, gli studenti con cittadinanza non italiana rappresentavano il 18,4% della popolazione scolastica regionale, la percentuale più alta d’Italia. I dati regionali più recenti, relativi al 2024/25, indicano un’incidenza salita al 21,4%. Per chi insegna è chiaro quanto sia concreta la questione della composizione delle classi. Nell’anno scolastico 2024/25, nelle scuole statali dell’Emilia-Romagna, 5.084 sezioni e classi su 24.691 erano autorizzate a superare la soglia del 30%: il 20,6%, più di una su cinque. Nella Città metropolitana di Bologna erano 880 su 5.205, il 16,9%. Sono dati dell’Ufficio scolastico regionale.

Naturalmente esistono territori nei quali applicare una distribuzione equilibrata è molto più difficile: quartieri con una presenza particolarmente elevata di famiglie straniere, scuole senza istituti alternativi sufficientemente vicini, esigenze familiari che devono essere rispettate. Ma proprio per questo serve un lavoro coordinato tra Uffici scolastici, dirigenti ed enti locali. Le politiche abitative e urbanistiche dei Comuni e della Regione hanno conseguenze anche sulla scuola: bisogna evitare che si consolidino quartieri sempre più separati tra loro, perché forti concentrazioni residenziali finiscono inevitabilmente per riflettersi anche sui bacini scolastici e sulla composizione delle classi.
La questione fondamentale non è quanti passaporti diversi ci siano dentro una classe. È se ogni bambino e ogni ragazzo abbia realmente gli strumenti per comprendere ciò che l’insegnante spiega, esprimersi, partecipare alla vita della classe e affrontare con successo le discipline.

L’apprendimento dell’italiano è una delle condizioni che permettono alla scuola di svolgere fino in fondo il proprio compito di integrazione e di mobilità sociale. Evitare concentrazioni eccessive di ragazzi che ancora non padroneggiano la lingua non significa discriminarli. Significa, al contrario, creare le condizioni perché possano impararla più rapidamente, partecipare pienamente alla vita scolastica e avere davvero nella scuola quell’ascensore sociale che deve essere per tutti.

Elena Ugolini, 29 settembre 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

La prof non cambia idea - Vignetta del 29/09/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

La prof non cambia idea

Vignetta del 29/09/2026
L'inferno è pieno di buone intenzioni