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Price cap, pasticcio Ue: annuncia l’intesa e poi se la rimangia

Fumata nera dell’Ue sulla fissazione del tetto massimo al prezzo del gas. I vertici Ue: “Gli Stati hanno punti di vista molto diversi”

ursula gas price cap

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Sembrava essere giunto al termine, e invece continuerà il balletto tutto europeo sul price cap, ovvero sulla fissazione di un tetto massimo al prezzo del gas. La fumata è arrivata nella giornata di ieri, dopo il termine del Consiglio straordinario dell’Unione Europea. Inutili sono state le otto ore di colloqui: continuano a rimanere le divisioni sulla definizione delle soglie per l’attivazione del meccanismo di correzione dei mercati.

Tutto è rimandato al 19 dicembre, quando si terrà l’ultimo Consiglio comunitario dell’anno, anche se le aspettative non sono delle migliori: come sarà possibile risolvere in soli sei giorni le diatribe che dividono gli Stati membri ormai da sei mesi? La risposta è già pronta: sarà impossibile, appunto. Ed è la stesso ministro per l’Ambiente e la sicurezza energetica italiano, Gilberto Pichetto Fratin, ad ammetterlo: “Certamente ci sono ancora alcuni punti che vanno definiti. E verranno definiti durante la riunione del Consiglio Energia di lunedì prossimo. Il punto principale in questo momento di discussione è la soglia di prezzo”.

Il dato più rilevante, però, è la bocciatura del modello proposto dalla presidenza Ue, che nella mattinata di ieri aveva rilanciato una nuova proposta sul price cap, fissando il tetto tra i 200 e i 220 euro a megawattora. Nella versione, avrebbe trovato applicazione un tetto che si disattivava venti giorni dopo che i prezzi fossero scesi al di sotto della soglia di attivazione, in un intervallo compreso tra tre e cinque giorni.

Germania ed Olanda, inizialmente tra le più restie alla fissazione di un price cap sul gas, lamentano soglie troppe basse e temono un effetto negativo a cascata sulle forniture. Al contrario, Belgio, Grecia, Polonia e Slovenia parlano di soglie troppo alte, a cui si affianca anche l’Italia, dove il governo Meloni sembra proseguire sulla stessa linea del precedente esecutivo, sotto la guida di Mario Draghi.

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Pessimisti, circa il raggiungimento di un accordo comune, sono anche i vertici di Bruxells, dove la commissaria Ue, Kadri Simson, ha palesato le difficoltà interne tra i 27 Paesi: “Non sarà facile poiché dobbiamo bilanciare benefici e rischi, e perché gli Stati membri hanno punti di vista molto diversi e preoccupazioni molto diverse”. Insomma, c’è il rischio che la questione price cap continui a tempo indeterminato, dando l’immagine di un continente debole, fragile, che agisce come potenza erbivora, assuefatta da una parte dall’alleato storico americano e, dall’altra, dal vibrante espansionismo economico della Cina.

A ciò, si aggiungono le concrete difficoltà di alcune nazioni (soprattutto dell’Est) che rimangono ancora vincolate alle esportazioni di gas russo. Tra queste, esempio lampante è il caso ungherese, dove fino a poche settimane fa Orban dipendeva dalle forniture del metano di Mosca ben oltre il 50 per cento della produzione totale (a cui si aggiungeva la dipendenza del 90 per cento per quanto riguardava il petrolio). Non sono lasciate al caso le parole di ieri del ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjártó, che non ha solo ribadito la posizione contraria di Budapest, ma si è detto aperto alla possibilità di modificare l’accordo tra Mosca e Budapest sulle forniture di gas, qualora fosse necessario, a seguito dell’introduzione del price cap da parte dell’Ue.