Desidero affidarvi una riflessione nata dai recenti e inquietanti sviluppi intorno alla professoressa vittima di una gravissima aggressione. Una donna, dopo aver subito la violenza di un accoltellamento, si ritrova oggi al centro di un vero e proprio “processo mediatico” e ideologico per via delle sue opinioni personali in merito al tema della remigrazione. C’è persino chi, spingendosi oltre ogni limite, è arrivato a sostenere che non dovrebbe più esercitare la professione di insegnante.
Davanti a tali posizioni, la domanda sorge spontanea: per insegnare nelle nostre scuole è forse diventato necessario superare un preventivo test di conformità ideologica? Dobbiamo dedurre quindi che l’accesso e il mantenimento di una cattedra dipenda oggi dal gradimento che le proprie idee riscuotono presso l’opinione pubblica o la politica del momento? Se guardiamo alla storia degli ultimi cinquant’anni, il panorama scolastico e universitario italiano è sempre stato popolato da docenti che non hanno mai fatto mistero del proprio orientamento politico, spesso estremista, orientando attivamente la visione dei propri studenti.
Eppure, in quei casi, la militanza e la forte identità politica venivano derubricate a legittimo esercizio della libertà d’espressione, senza che nessuno ne chiedesse la destituzione. Applicare oggi una simile severità censorio-professionale sa tanto di una doppia morale inaccettabile. L’art. 21 della nostra Costituzione tutela la libera manifestazione del pensiero per ogni cittadino, inclusi gli insegnanti. Un docente non perde il diritto di esercitare la propria professione perché esprime, fuori dall’aula e nel rispetto delle leggi, opinioni che a qualcuno non piacciono o che risultano divisive.
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La professionalità di un insegnante si valuta esclusivamente per la condotta tenuta all’interno della scuola: finché insegna correttamente la propria materia, rispetta gli studenti e garantisce la neutralità del suo ruolo in aula, tutto il resto appartiene alla sua insindacabile libertà di pensiero. Spostare il focus dalla gravità dell’aggressione subita al vaglio ideologico delle opinioni della vittima non è solo un atto di profonda ingiustizia, ma rappresenta anche un precedente pericoloso per le libertà democratiche di tutti noi. La tenuta di una democrazia si misura proprio dalla capacità di tutelare il pluralismo, anche quando le idee espresse sono contrarie al sentire comune.
Federico Bonaccorsi Pasini, 21 settembre 2026
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