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Qualche consiglio alla “responsabile” Giorgia Meloni

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Sul governo Meloni prossimo futuro girano in questi giorni non poche voci, indiscrezioni, retroscena. Tanto più immaginifici, si spera, quanto più il premier in pectore parla poco come è giusto che sia. Alcune di queste voci, se fossero vere, sarebbero francamente inaccettabili per chi ha lavorato in questi ultimi anni per un’alternativa di destra nel nostro Paese. Non credo siano vere, ma in ogni caso, a costo di fare accademia, forse è opportuno mettere subito qualche puntino sulle i.

L’azione di governo, si dice, dovrà essere seria, competente, improntata a responsabilità. Lo impone la situazione interna e internazionale: la crisi, il contesto geopolitico, i mercati, ecc. ecc. Chi più di noi non può non essere d’accordo su questo punto? Fra l’altro, la destra si gioca un’occasione unica per mostrare a tutti che l’immagine di essa diffusa dalla sinistra, e cioè di un’accozzaglia di forze incapaci e pericolose, non corrisponde a verità. Se fallissimo su questo punto, non saremmo facilmente perdonabili e meriteremmo di essere relegati per anni all’opposizione. Detto questo però deve essere ben chiaro che una cosa è la responsabilità, un’altra è autoannullarsi e perdere ogni identità e caratteristica specifica. Perché è su quella identità e su quelle caratteristiche, sul programma politico di coalizione che abbiamo stilato, che abbiamo chiamato gli italiani a votarci.

E su quel programma gli italiani hanno risposto in maggioranza positivamente, senza possibilità di equivoci. Ci sono stati partiti che hanno chiamato gli italiani a votare su una fantomatica “agenda Draghi”, senza che Draghi li avallasse, e sappiamo come è andata a finire. Sarebbe ben strano se facessimo un governo fotocopia di quello di Draghi proprio noi che quella “agenda” abbiamo in più criticato. Gi italiani non ci hanno chiesto avventurismi in economia, che fra l’altro non possiamo permetterci, ma su temi come l’immigrazione (sbarchi incontrollati a go-go) o la sanità (gestione “cinese” della pandemia) ci hanno chiesto in modo preciso discontinuità: sarebbe un bel paradosso, se non un vero e proprio “tradimento”, ritrovarsi delle simil-Lamorgese o dei simil-Speranza sulla tolda di comando.

Salvini può non piacere, ma la sua gestione al Viminale durante il primo governo Conte fu tanto efficace che i suoi consensi crebbero all’inverosimile e toccarono quota 34% alle europee del 2019. Una destra che non vuol farsi male non solo non dovrebbe porre veti su di lui, ma anche dire, come ha fatto ad esempio Giorgetti, che non c’è persona più indicata di lui per coprire quel ruolo. Certo, si può discutere sui modi e gli stili comunicativi del Capitano, ma la direzione deve essere quella. Fra le altre cose assurde che si leggono in questi giorni sui giornali è che ci sarebbero ministeri chiave i nomi dei cui titolari andrebbero concordati con Mattarella, o anzi dovrebbero essere direttamente da lui indicati.

L’elenco di questi ministeri cresce sui giornali ogni giorno di più e sembrerebbe andare a coprire quasi mezzo esecutivo, o comunque la polpa di un qualsiasi governo: Interni, Esteri, Difesa, economia, Giustizia… Quasi come se quel presidenzialismo, che la destra vorrebbe e che la sinistra vede come fumo negli occhi, fosse già in atto e non formalizzato. Ma come non hanno votato un governo Draghi, così gli italiani non hanno espresso il loro voto favorevole a un governo Mattarella. In verità, anche per quei ministeri i nomi li deve fare solo ed unicamente Giorgia Meloni e il presidente può solo non accettarli per la nomina definitiva (che tocca a lui) con motivati argomenti concernenti la sicurezza pubblica e i trattati internazionali.

E qui viene poi fuori un altro punto non irrilevante: la destra mostri responsabilità e serietà, ma non scelga nomi nel campo avversario mostrando un complesso di inferiorità che non ha ragion d’essere. E anche penalizzando tutti quegli uomini di destra che in questi anni hanno lavorato in sordina e combattendo contro non pochi ostacoli l’egemonia di sinistra. La Meloni non risponda nemmeno alle sirene dei tanti, soprattutto nel sottobosco politico e nel generone romano, che, come si evince già da tanti segnali, sono come al solito già pronti per saltare sul carro del vincitore. Se la Meloni non avrà il coraggio di fare questo, la sua fine è già segnata: gli italiani non glielo perdoneranno e anche lei sarà stata solo una meteora nel cielo della politica nazionale.

Ma sono tutte ipotesi di scuola: la donna è determinata e coraggiosa, sa che la sua orza è la coerenza, così come la destra politica tutta sa che questa volta non si può sbagliare. Siamo cauti sì, ma pure ottimisti.

Corrado Ocone, 6 ottobre 2022