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Quell’ossessione per la Russia e Vladimir Putin

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Continuiamo con la speciale zuppa di Porro straniera. Grazie ad un nostro amico analista che vuole mantenere l’anonimato, il commento degli articoli tratti dai giornali stranieri.

Ross Douthat è un altro dei commentatori conservatori del New York Times, giornale capace di estreme faziosità, del tipo di quelle a cui ci hanno abituato i media italiani, ma anche di una articolata e raffinata presentazione di opinioni difformi dalla linea fondamentale del Times, ben distinguendosi così da una nostra stampa che ormai non riesce quasi più, anche nei piccoli luoghi dove esisteva il piacere dell’analisi, a non essere essenzialmente propagandistica.  In questo senso il nostro “conservatore”, con una sua “opinion”, il 26 marzo ci dà un esempio del piacere che può produrre un pensiero veramente libero spiegandoci l’ossessione “Russia” che ha condizionato gli Stati Uniti negli ultimi due anni, l’idea di un complotto che Vladimir Putin aveva addirittura impostato decine di anni prima, le infinite teorie cervellotiche sui “tradimenti”, il panico paranoico che ha circondato tutta la vicenda che, peraltro, ad avviso di chi scrive si era sgonfiata sin da quando un senatore democratico aveva scoperto che le fake news “devastanti” diffuse da Facebook erano state pagate in “rubli”. Un terribile complotto dunque esplicitamente “firmato”.

Peraltro anche quell’ominicchio di James Comey non aveva potuto fare a meno di notare come l’intervento russo fosse stato incredibilmente “loud”, strillato, niente affatto clandestino. Sempre ad avviso di chi scrive le mosse del Cremlino non sono stati che atti di rozza ritorsione verso coloro che innanzi tutto dagli Stati Uniti ma anche molto da Londra pensavano di poter destabilizzare e quindi disgregare la Russia, una scelta con qualche giustificazione materiale (energia e armamenti, nonché il vizio di tanti militari di combattere sempre la guerra precedente) ma priva di quel minimo spessore storico che le grandi strategie devono incorporare. La franca precisazione di Douthat mi pare che si affianchi a un prossimo movimento della politica internazionale (se ne iniziano già a leggere i primi segni in una fase in cui le vicende internazionali si stanno mettendo a correre). L’occidente dal Golan all’Ucraina, dal Venezuela alla Corea del Nord, dalla Via della Seta ai possibili ruoli pervasivi dell’Intelligenza artificiale, ha bisogno di un qualche raccordo tra Mosca e Washington, l’unica via – come ha spiegato sul Financial Times di qualche mese fa uno dei pochi pensatori globali veramente geniali, Henry Kissinger – per evitare che un rapporto russo-cinsese faccia dell’Europa continentale un’appendice di un nuovo blocco eurasiatico.