Giustizia

Riforma Nordio, i giudici non politicizzati la vogliono

La stragrande maggioranza della magistratura, quella non legata alle correnti e non militante, guarda con favore alla separazione delle carriere

Nordio riforma © MarianVejcik tramite Canva.com
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Con la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, il Parlamento compie un passo storico e dà compiuta attuazione al principio del giusto processo, sancendo una netta distinzione fra chi accusa e chi giudica. Si completa così un percorso di civiltà giuridica avviato con la legge Vassalli del 1989, che introdusse il codice di procedura penale di tipo accusatorio, fondato sulla separazione delle funzioni e sulla figura del giudice terzo e imparziale.

Già allora si stabiliva che il pubblico ministero dovesse indagare e sostenere l’accusa, la difesa contrapporsi e il giudice restare terzo rispetto alle parti, limitandosi a valutare le prove formatesi nel contraddittorio dibattimentale. La riforma Vassalli istituzionalizzò la terzietà del giudice, trasformandolo da soggetto inquirente ad arbitro imparziale. Tuttavia, per dare compiutezza sostanziale a quel principio, mancava ancora la cristallizzazione normativa della separazione degli uffici, con due organismi di autogoverno distinti per giudici e pubblici ministeri. Solo così la terzietà del giudice può tradursi da valore ideale in assetto istituzionale concreto.

Il principio del giusto processo, introdotto poi nella Costituzione con la riforma del 1999, non può sostanziarsi pienamente se accusa e difesa non si trovano in una condizione di perfetta parità davanti a un giudice realmente indipendente da entrambe. La presunzione di innocenza, scolpita nella Carta, non può restare un proclama inattuato: richiede un’organizzazione in cui il giudice non abbia alcun rapporto organico o funzionale con le parti in causa. Se accusa e giudice appartengono allo stesso corpo professionale, anche solo in termini di percezione, si attenua la neutralità del giudizio.

In pratica, la riforma del 1999 ha costituzionalizzato il modello accusatorio introdotto dal codice Vassalli, completando la svolta culturale e giuridica dalla logica inquisitoria a quella liberale del processo come confronto tra parti davanti a un giudice terzo. Tuttavia, mancava ancora il tassello normativo della separazione delle carriere, necessario per conferire alla transizione una reale compiutezza e garantire fino in fondo la terzietà del giudice. La separazione delle carriere è quindi una riforma che applica la Costituzione, non che la sovverte. È una riforma in nome della Costituzione, che completa il disegno iniziato nel 1989 e rafforzato nel 1999, rendendo coerente il sistema processuale con i principi costituzionali di terzietà, equilibrio e garanzia dei diritti.

Chi sostiene che essa rappresenti un’aggressione all’indipendenza della magistratura o un tentativo di subordinare il pubblico ministero al potere politico è in malafede. Il nuovo articolo 104 della Costituzione, come sarà novellato, continua a garantire l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero, ma all’interno di un ordinamento distinto, coerente con la sua funzione di parte processuale. Già Giovanni Falcone, in un’intervista del 1991, sosteneva che il pubblico ministero non dovesse essere un “paragiudice”, ma una parte processuale distinta e autonoma. Il suo pensiero resta oggi di straordinaria attualità, perché proprio in questa riforma si realizza quella netta distinzione fra accusa e giudizio che egli auspicava per una giustizia più chiara, credibile e imparziale.

Un recente sondaggio conferma che oltre il 70% dei cittadini si dichiara favorevole alla riforma: un segnale inequivocabile che il Paese chiede una giustizia più trasparente e più vicina ai principi costituzionali. È anche, in un certo senso, una vittoria postuma di Silvio Berlusconi, che fece della riforma della giustizia uno dei pilastri del suo impegno politico e civile, nonostante le resistenze e le pressioni della corporazione giudiziaria, che per decenni ha ostacolato qualsiasi innovazione del sistema.

Ma c’è una convinzione ancora più profonda: la stragrande maggioranza della magistratura, quella non politicizzata, non legata alle correnti, non militante, guarda con favore a questa riforma. È la parte della magistratura che ogni giorno lavora in silenzio e con dedizione, quella che subisce le distorsioni del correntismo e che vede nella separazione delle carriere un’occasione per restituire centralità al merito e alla professionalità. La riforma approvata non divide: ricompone. Non indebolisce la giustizia, ma la rafforza, riportandola al suo senso originario: un luogo di equilibrio, imparzialità e rispetto della legge. Una riforma di libertà, coerenza e responsabilità, che segna una tappa fondamentale nel cammino di maturità democratica del nostro Paese.

Ora spetta ai cittadini, con il referendum confermativo, suggellare questo percorso di riforma e rendere definitiva una trasformazione che non appartiene a una parte politica, ma all’intera comunità nazionale. Una riforma in nome della Costituzione, della giustizia e della libertà, che riconsegna fiducia e trasparenza a uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia: la giurisdizione.

Andrea Amata, 1° novembre 2025

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra