La Francia torna in piazza e stavolta a protestare sono i ragazzi: scuole bloccate, cortei e scontri. Dietro la protesta per l’istruzione c’è un malessere molto più grande: una generazione che non si fida più delle promesse dello Stato. C’è qualcosa di più difficile da gestire, per un governo, di un sindacato arrabbiato: una generazione che ha smesso di credere alle promesse. E in Francia quella generazione sta cominciando a farsi sentire.
Sono gli studenti. Ragazzi e ragazze che bloccano gli ingressi delle scuole, scendono in strada, protestano e chiedono una cosa apparentemente banale: una scuola che funzioni. Aule decenti, insegnanti, classi meno affollate, strutture adeguate. In altre parole, chiedono allo Stato di fare quello che dovrebbe fare: garantire un diritto. Ma sarebbe un errore liquidare tutto questo come l’ennesima protesta studentesca.
Perché dietro i cancelli delle scuole francesi c’è molto più della scuola. C’è il malessere di un Paese che da anni discute di sacrifici, riforme, tagli, pensioni, deficit e risanamento dei conti pubblici. E c’è una generazione che comincia a domandarsi quale sarà il prezzo che dovrà pagare per tutte queste promesse di modernizzazione. «La scuola è un diritto, non un privilegio», recita uno degli slogan comparsi nelle manifestazioni. È una frase semplice. Ma dice moltissimo.
La Francia dei numeri e quella della vita reale
Il governo Macron risponde con i numeri. Spiega che le risorse per l’istruzione sono aumentate, rivendica gli investimenti e difende le proprie scelte di bilancio. Ma c’è un problema che nessun comunicato stampa può risolvere: la distanza tra i numeri del governo e ciò che cittadini, insegnanti e studenti vedono ogni giorno.
Nel progetto di bilancio, l’aumento della spesa per la scuola è indicato nell’ordine dell’1,7 per cento, una crescita che i critici considerano insufficiente anche alla luce dell’inflazione. Ed è proprio qui che nasce la protesta. Perché se sulla carta la spesa cresce, ma nelle scuole mancano insegnanti, le classi sono sovraffollate e gli edifici presentano problemi, il cittadino tende a credere più a ciò che vede che a ciò che legge in un documento ufficiale. È la vecchia, enorme distanza tra la Francia dei comunicati e la Francia della vita quotidiana.
Macron e la promessa della modernizzazione
Questo è forse il vero problema politico dell’era Macron. La promessa era quella di una Francia moderna, efficiente, competitiva, capace di riformarsi. Ma una riforma ha senso soltanto se, alla fine, produce anche una maggiore percezione di sicurezza e di opportunità.
Ed è proprio questa percezione che sembra essersi incrinata. La riforma delle pensioni ha provocato proteste durissime. Le discussioni sulla spesa pubblica hanno riportato al centro il tema dei sacrifici. Ora arrivano nuove ipotesi di contenimento dei conti. Per il 2027 è prevista una manovra di risparmi da 54 miliardi di euro.
Il problema non è soltanto economico. È politico. Perché prima o poi qualcuno deve spiegare ai cittadini chi pagherà il conto del risanamento. E quando a fare questa domanda sono anche gli adolescenti, significa che il problema ha ormai raggiunto la generazione che dovrebbe rappresentare il futuro del Paese.
La protesta che cambia generazione
Gli studenti non hanno la macchina organizzativa dei sindacati. Non hanno i partiti alle spalle. Non hanno una piattaforma politica comune. Hanno però una cosa potentissima: la sensazione che il loro futuro venga deciso senza di loro.
Ed è qui che la protesta diventa interessante. Quei ragazzi non stanno necessariamente chiedendo una nuova ideologia. Non stanno presentando un programma di governo. Stanno chiedendo qualcosa di molto più elementare: che lo Stato funzioni. Vogliono insegnanti. Vogliono poter studiare. Vogliono scuole nelle quali non sentirsi dimenticati. E soprattutto vogliono capire se la promessa dell’uguaglianza delle opportunità valga ancora qualcosa.
Quando lo Stato diventa soltanto un controllore
La frase più inquietante, allora, non è quella contro Macron. È quella che racconta un sentimento molto più profondo: la sensazione che lo Stato sia diventato più bravo a controllare che a garantire. Controllare la spesa. Controllare i bilanci. Chiedere sacrifici. Applicare riforme.
Ma garantire servizi pubblici efficienti, istruzione, sicurezza sociale e opportunità sembra diventare sempre più complicato. Ed è qui che la protesta degli studenti si salda con il malessere degli adulti. Il caro vita, la precarietà, le disuguaglianze e la sfiducia nelle istituzioni non sono problemi separati. Sono facce della stessa crisi di fiducia. La scuola, semplicemente, è il luogo nel quale questa crisi diventa visibile.
E poi arrivano gli scontri
Anche la risposta delle autorità ha alimentato nuove polemiche. Arresti, gas lacrimogeni e scontri in alcune città hanno riportato al centro del dibattito il modo in cui vengono gestite le manifestazioni. E quando tra i manifestanti ci sono minorenni, la questione diventa ancora più delicata.
Non si tratta soltanto di ordine pubblico. Si tratta di capire quale messaggio riceva un ragazzo quando, dopo aver protestato perché la propria scuola non funziona, si trova davanti uno Stato rappresentato prima di tutto dalle forze dell’ordine. È una domanda scomoda. Ma proprio per questo va posta.
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Macron, questa volta ascoltali
Forse le proteste finiranno. Forse si ridimensioneranno. Forse non nascerà alcun movimento politico organizzato. Ma una cosa è già cambiata. La protesta è passata alla generazione successiva.
E questo dovrebbe interessare molto più dei numeri di una manifestazione. Perché gli adolescenti non hanno ancora sindacati, tessere di partito o posizioni da difendere. Hanno soltanto la percezione di essere davanti a un futuro che non hanno contribuito a costruire e che rischia di chiedere loro un conto molto salato. Su un cartello c’era scritto: «Tutto quello che vogliamo è che ci ascoltino». E forse, alla fine, è proprio questa la richiesta più difficile per il potere.
Non un altro comunicato. Non un’altra promessa. Non un’altra conferenza stampa. Ascoltarli. Perché quando una generazione comincia a scendere in piazza davanti alle proprie scuole, il problema non è più soltanto quello che sta succedendo oggi. È quello che quella generazione pensa del proprio domani. Macron, ascoltali.
Apostolos Apostolou, 5 ottobre 2026
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